-
Notifications
You must be signed in to change notification settings - Fork 1
Expand file tree
/
Copy pathit_test
More file actions
300 lines (300 loc) · 97.3 KB
/
it_test
File metadata and controls
300 lines (300 loc) · 97.3 KB
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
Veniamo a pigliarlo per capitano! Vogliamo che ci meni ad ammazzar tutti i Francesi! daremo loro come ai cani arrabbiati.... al lupo.... al diavolo in carne!» Le voci diverse suonavano d'ogni parte intorno alla palazzina, nè valeva il cascinaio a far che quei bifolchi smettessero dal gridare selvaggio. Chè anzi alle due fanciulle da dentro, pareva girassero cercando modo di salire sulle finestre, E stavano strette l'una all'altra, aspettandosi ad ogni istante di vederli irrompere; quando
cessò il vociare, e porgendo orecchio udirono la parola soave della zia Maria, che si volgeva alla fiera brigata da una finestra del primo piano. Costoro vedendo quel viso di donna cieca, dipinto di sicurtà,
d'innocenza e quasi di fanciullezza; stavano a bocca aperta ascoltando: tornati in quel rispetto che avevano sempre avuto per la famiglia del signor Fedele, e già vergognavano d'aver osato tanto. E
la cieca diceva: «Buona gente, abbiate compassione delle mie nipoti e di me; già mi pare alle voci di conoscervi tutti. State quieti, voi cercate di mio cognato, ed egli non è qui...
«Come? Non l'abbiamo visto coi nostri occhi?--diceva uno della brigata, quasi consigliandosi coi compagni. E un altro: «Ehm! pareva anche a me che avessimo preso abbaglio.... Il signor Fedele sarà a C.... nevvero signora damigella Maria?
«Sicuro è a C....--usciva a dire un terzo, togliendo alla cieca il pericolo di dire una bugia:--passeremo là e lo cercheremo.... lei capisce signora, che se alla fine delle fini non siamo guidati, noi ignoranti siamo buoni a nulla....! «A rivederla, signora Maria, stia di buona voglia, che i Francesi sin qua non verranno; e se qualcuno volesse farle male, ci faccia chiamare anche a mezzanotte, che siamo cose sue....»
Così diceva un quarto, e con questa e con altre scuse e profferte, si allontanarono sberettandosi, come se la cieca avesse potuto vedere quei loro atti rispettosi. E con essi volle partire il cascinaio, conducendo seco il maggiore dei suoi figli, tra le strida della moglie e delle figliuole, che fecero intorno alla casa un piagnisteo da non potersi dire. Tornati quei furiosi al convento, la compagnia potè mettersi in
cammino. Con alcuni dei frati in capo, presero la via di C.... cantando a squarciagola, e levando un polverio che pareva mosso da vento di tempesta. Di tanto in tanto qualcuno dava nel corno e a quel suono rispondevano altri corni da altre vie, dove si vedevano altre brigate, volte del paro verso C.... Questo era luogo di gran convegno,
perchè il parroco vi aveva dignità di vicario foraneo; vi sedeva il magistrato del Re per la giustizia; il borgo era come la capitale delle Langhe, e giaceva in sito da potervisi raccogliere gli stormi di tutta la vallata, per quindi moversi alla grande ventura.
Tra questi stormi, uno ne veniva numeroso per la via maestra, lungh'esso l'opposta riva della Bormida; e se non fossero state le armi, che si vedevano luciccare, pareva una di quelle processioni, le quali si solevano fare appunto in quella stagione, per implorare dal cielo i buoni ricolti. Cantavano litanie e salmi a verso a verso, e
ogni poco prorompevano in urli feroci, come a tener deste le ire; e innanzi a tutti cavalcava un prete. «Quelli là hanno a essere quei di D....; li conosco, conosco la giumenta del pievano....»--dissero a un tempo due o tre della brigata venuta dal convento:--se da tutte le pievi ne vengono tanti, ci
troveremo a C... parecchie migliaia. Viva il pievano di D...! «Viva San Francesco!» risposero quelli che erano proprio di D...., e il pievano levò in alto il cappello, a salutare tre volte, con atto
d'un generale. Don Apollinare in quel momento eroico della sua vita, si rifaceva gongolando delle cose patite nell'ultime settimane. Le sue pene erano state tante, che dal giorno in cui gli era capitata la lettera del rettore di Montefreddo, aveva perduta del tutto la bella pace goduta tanti anni; e quando il padre Anacleto, dopo la domenica in Albis, l'ebbe abbandonato per tornarsene al suo convento, si sentì cadere le braccia. Il suo pasto si venne assottigliando; le notti si svegliava scosso da visioni che avrebbero fatto incanutire un leone; il presbiterio gli pareva un eculeo; Placidia, la mite Placidia, un
ingombro fastidioso tra piedi; la calata dei Francesi un'uggiosa minaccia che gli faceva sclamare: «o dentro o fuori una buona volta!» Pur di finirla in qualche modo, accadesse quel che doveva accadere, ma alla lesta: e stava pronto, la giumenta colla bardella addosso, e la briglia lì appiccata al chiodo; sicchè il bando reale lo trovò, sto per dire, coi lembi cinti e col bastone in mano. Lo lesse una, due,
tre volte sospirando; ma fattosi animo, si picchiò sul petto una palmata e proruppe: «Oh! alla fin fine anche questo è un rimedio! Avvenga che può; meglio morire d'una cannonata che a furia di punture di spillo!» Venuto l'ordine di far la mossa, messosi d'accordo coi seniori del borgo, i quali pur non volendo, mostravano i segni della mala voglia; mandò gente per la pieve a dare la posta per l'indomani sul sagrato, che tutti gli uomini atti alla guerra vi venissero con armi e
munizioni. Il tramestio fu grande, e la notte egli potè vedere dall'alto del castello, correre i lumi in ogni parte della campagna. Gli parve d'avere sulle braccia un mondo, e fatto venire a sè il sagrestano gli disse: «Mattia, domattina si va.... Un'ora prima dell'alba darete dentro a suonar a stormo.... O perchè ciondolate....? che avete paura?
«Paura io, che ho fatto tremare mezze le Langhe?...» rispose Mattia trascinando le parole. «Dunque siete briaco? «Oh, signor pievano--rimbeccò Mattia mostrandosi quasi offeso: e spingendo innanzi un piede, si provò a reggersi ritto sull'altro; ma vacillò, vacillò sicchè per poco non andò a cascargli addosso.
«Schifoso!--urlò il pievano levandosi in piedi;--briaco la vigilia d'un giorno in cui potremmo morire! Levatevi di qui..., e se domani non sarete a segno, mal per voi!»
Mattia partì; e camminando tastoni per l'andito, passò dinanzi all'uscio della cucina. Placidia che stava là dentro, sospirando l'ora di poter andare a letto, e dicendo il rosario colla coroncina tra le mani sotto il grembiale; indovinò che Mattia era in disgrazia, e gli disse dolcemente: «Tiratevi dietro la porta.» Egli obbedì, e tirata
l'imposta dell'uscio da via, misurò contro quella i pugni chiusi, esclamando: «Non dà un Cristo a baciare in tutto l'anno; e se si beve, pare che si beva del suo! Sta pure, che se andiamo alla guerra ti farò vedere il diavolo nell'ampolla!» Entrato nella sua catapecchia destò la moglie, e le comandò (comandava
anch'egli a qualcuno), tenesse l'orecchio all'ore, e un tratto prima dell'alba lo destasse. Poi si coricò vestito sul giaciglio, e colle tempia martellate dal vino, cominciò a russare. Don Apollinare messosi a giacere per riposare quelle poche ore, le
passò fantasticando; e stava per addormentarsi, quando squillarono i tocchi della campana martellata, a stormo da Mattia, il quale colla spranghetta al capo, aguzzava dal campanile gli occhi nel crepuscolo mattutino. Tutta la campagna era un moto di villici; là come nella valletta dove giaceva la villa del signor Fedele, come sarà stato in tutte le pievi; era un accorrere, un gridare, un chiamarsi, un suon di corni che non finiva. Il pievano balzò dal letto, e si diede attorno a
vestirsi, stupito di sè stesso, perchè gli pareva sentirsi dentro un cuore di guerriero, nascosto, sino a quel giorno, a sua insaputa, sotto la zimarra del prete. Placidia venutagli in camera a vedere se
gli bisognasse nulla, maravigliava anch'essa dell'aspetto sgherro di lui; ma come egli badava a vestirsi, si ritrasse vergognosa in cucina ad ammanirgli il caffè, che poteva essere l'ultimo.
«Placidia, io parto--le diceva egli venendo sin sulla soglia della cucina e abbotonandosi la sottoveste:--l'avvenire è nelle mani di Dio; voi rimarrete qui, rispettata da tutti...; e ad ogni evento, nel mio inginocchiatoio, troverete di che vivere...: ah! son pur venuti i giorni amari!»
La povera donna imbambolò, più pel suono della voce insolito ed amorevole, che per le parole; e intanto la campana continuava a suonare, e il sagrato a popolarsi, e il giorno a farsi chiaro, e l'ora della partenza vicina. Allora il pievano mandò un ragazzo a prendere il posto di Mattia sul campanile, e fece dire a costui che scendesse ad arnesargli la giumenta, e al popolo che aspettando cantasse il _Vexilla_. Un urlo che parve di selvaggi tuonò sul piazzale, destando un'eco solenne dalla chiesa; poi s'intese l'inno cantato da voci gravi,
diverse; e ad ogni tratto nuova gente, signori e villani alla rinfusa, si mettevano in coro. In mezzo alla folla si vedeva Mattia, che teneva a mano la cavalcatura del padrone, tastando cinghie, rivedendo ordiglioni, parlando sommesso alla bestia, quasi per darle ad intendere dove l'avrebbe portato. Alfine, avendo bevuto il caffè, ed essendo l'ora di porsi in cammino, il pievano apparve sulla soglia del presbiterio. Aveva indosso una giubba smessa, in gamba certe brache vellose e rattoppate; e in un fagottino recava la talare, che poteva accadere d'averne mestieri. Appena fu visto, scoppiò un gran battimani; ed egli ringraziata co'
cenni la folla, aiutato alla meglio montò a cavallo. Poi data un'occhiata a Placidia, rimasta alla finestra, piangente e sbalordita; tese la mano e sclamò: «Dio è con noi! Ci siamo tutti? Andiamo!»
Discesero di castello, e trovarono al piano altra gente, con armi, e forcoli e falci, cento maniere d'arnesi atti a far sangue. Le donne benedicevano dalle finestre e dalle porte; i fanciulli si mettevano in brigata, le madri li tiravano fuori sculacciandoli; e la signora Maddalena, guardando dal suo piazzale quel moto confuso, ringraziava il cielo, che Giuliano fosse lungi da casa. Vedeva quella turba irta d'armi, e quegli stendali delle confraternite drappellati come dalle
braccia di pazzi, e raccapricciava: Marta, standole vicina, si doleva di non essere un uomo, per poter andare contro i Francesi; e la signora non fu quieta che quando lo stormo le uscì di vista, e la campana cessò dal suonare.
Avesse suonato a lutto tutto quel giorno, e sarebbe stata giustizia. Perchè la gente di D..., nel passare per la terricciola di R..., fu come la maledizione di Dio. E sì che il villaggio si poteva dire tutt'una cosa col loro borgo, tanto erano vicini; ma da rozzi si fa presto a diventar malvagi; e trovate le case non difese, per avere gli uomini di R.... fatta anch'essi la leva in massa verso C...;
cominciarono a pigliarsi brutti spassi, spaurire le donne, mandare a male il vino nelle cantine, guastare alberi ed orti; e se don Apollinare non si fosse adoperato a rabbonirli, certo sarebbe rimasto poco da fare a quei Francesi, dei quali s'andava ad impedire la calata e se ne dicevano tante ribalderie.
Come piacque al diavolo, ripresero la via verso C..., dove arrivarono, come abbiamo veduto, che il sole era già alto. Il borgo pareva un formicaio. Vi si lavorava a più non posso a far cartocci, ad affilare vecchie armi d'ogni generazione. Di qua gli uni si facevano scrivere; di là gli altri davano carta o la pigliavano, di loro negozi, dinanzi ai notai, stando per andare tra la vita e la morte; sotto i filari
d'olmi si davano le cariche ai maggiorenti, che pigliavano diletto ad essere elevati su su, grado grado, ai più alti onori della milizia, generali, colonnelli, capitani; guai al popolo se avesse dovuto provvederli tutti. Tuttavia le cose correvano onestamente; ma fra la moltitudine s'aggiravano certi ceffi, furfanti da bosco e da riviera, segnati nei libri della giustizia, e vissuti da anni mogi mogi; che
adesso ripigliavano ardimento e parevano i più valorosi. Alcuni ribaldi affollavano la porta chiusa del caffè di Marocco. La moglie di costui tribolava in mezzo ad essi lagrimosa, supplicando pel marito, che poveretto stava morendo, e aveva in camera il prete che gli raccomandava l'anima. Povero Marocco! Due giorni innanzi gli avevano
dato schioppo e cartocci, che stesse pronto a partire. Ma il meschino a vedere quell'arme, s'era sentito giù per la schiena come un secchio d'acqua diaccia; e fattala portar di sopra, stette un poco rannicchiato vicino al fuoco; poi levatosi in piedi pallido come un morto di tre giorni, prese la moglie in disparte, e le disse: «Tasta che cuore! Sono un uomo morto!» Postosi a letto, chiamato il cerusico, nè questi seppe trovargli il male, nè egli volle dirne la cagione; non tolse più gli occhi da quello schioppo, la baionetta del quale
scintillava in un angolo della camera e gli pareva l'occhio d'un assassino. Chi l'avrebbe mai detto! Un uomo par suo, che aveva sempre avuti in casa soldati, s'era messo in capo che quello schioppo l'avrebbe ucciso; e poveraccio moriva proprio in quel punto, che un suon di tamburi, di corni, di trombe, un vociare di signori ornati di
grandi pennacchi, annunziava che lo stormo dei guerrieri della religione e del trono, movevano a farla finita coi Francesi.
Movevano, ma fu gran fatica pei condottieri, montati sull'asine e sulle giumente tutte nappe e sonagliere, meglio che nella festa di Sant'Antonio. La moltitudine strepitava camminando come gualdana infernale; miscuglio di entusiasmo, di vero valore, e di grosse millanterie. Qua cantavano salmi o canzoni popolari: là procedeano silenziosi ascoltando qualche vecchio novellatore; alcuni recitavano il rosario tenendo in mano certe corone dai pippori così grossi, da poterne all'occorrenza far palle da schioppo: e su tutte quelle teste si vedevano l'armi appuntate al cielo. Erano più di due migliaia, e
avevano un'aria terribile e selvaggia. Su su a quel modo per val di Bormida, si misero nelle strette, dove il torrente rovina con voci strane, fra massi ispidi, smisurati, precipitati dall'alto a frenare la collera dell'onda, che in tempo di piena non dirompa le ripe.
Il sole andava sotto, quando i più volonterosi toccarono le vette del monte di San Giacomo, sopra il Finale. Sul mare che si scopriva innanzi, biancheggiavano vele verso Provenza, vele verso Portofino, vele per tutto il golfo; mirabile alla vista pei mutamenti dei colori onde s'andava tingendo. Quelle erano vele inglesi, napoletane e
francesi, che si davano la caccia in alto; mentre molti legni sottili di genovesi avidi ed audaci, navigando marina marina, recavano provvigioni verso la Francia affamata. Lassù i nostri battaglioni, fecero la loro fermata in sul tramonto; quasi stupiti che il sole osasse discendere come tutti gli altri giorni. Dalla vetta del San Giacomo a quella del Settepani, non si
vedeva che gente, stendardi e croci; non s'udivano che grida; pareva la tregenda. Don Apollinare seppe del rettore di Montefreddo, e d'altri preti, suoi amici, venuti lassù coi popoli delle due vallate
della Bormida, e ne provò consolazione. Ma quel che più gli piacque fu la notizia che i francesi non erano molto vicini, e prima d'arrivare sino a lui avrebbero avuto a sbrigarsela colle soldatesche piemontesi
e alemanne. Gli parve di potersi riposare tranquillo a piè d'una rupe trovatagli da Mattia. Tuttavia l'ora della sera gli volgeva il desio; e la mente gli fuggiva al suo presbiterio, al desco, a Placidia; persino a Placidia, per la quale sentiva in quel punto un affetto mai più provato. Mattia, intanto, sbocconcellava un po' di focaccia, e aveva intorno un
capannello di compaesani, che si facevano narrare da lui le prodezze della sua vita; perchè egli era stato da giovane bravazzo ai servigi dell'ultimo signorotto d'una terra vicina a D..., e in opera di trovar
costure aveva avuto gran nome. Dicevasi di lui che la mira dell'archibugio l'avesse posta bene più d'una volta; ma le erano memorie lontane più di quarant'anni; e di quelle sue ribalderie, egli
ne dava carico a personaggi di fantasia, o al suo padrone. Adesso raccontava di costui la mala morte; e diceva ai villici, tutti orecchi ad ascoltarlo:
«Era un vecchio, ponete come sono io, ma robusto e prepotente. Un giorno certo giovinotto tornava da chiesa, dove s'era sposato alla più bella ragazza della terra. Il marchese si fece sulla via incontro agli sposi e alla comitiva, chiedendo i suoi diritti, i suoi diritti... «Che diritti? gridò il giovane stizzito; quelli forse d'andarti
all'inferno?» E lanciandosi contro il marchese coi pugni stretti, gli diede un punzone così forte nel petto, che il povero diavolo andò ruzzoloni e precipitò in un borro, tutto rovi e sassi, sfracellato morto, che non ebbe il tempo a dire _amen_! Beh! mi par di vederlo!» Qui Mattia faceva colle labbra un versaccio, come avesse posti i denti in un frutto lazzo ed amaro.
«E voi?--gli chiedevano gli uditori. «Io? Io m'affacciai al precipizio, guardai, inchinai gli sposi: poi feci nell'aria un gran crocione, e addio vicini, mi tramutai. E venni nel vostro paese, dove mi acconciai col pievano defunto, e vi ho seppelliti mezzi, e ho fatto gran bene all'anima mia. Nevvero, signor pievano?
«Sta bene, sì, sì...»--disse don Apollinare vergognoso di vedersi usare dal sagrestano tanta dimestichezza. Ma avendo mestieri di tenerselo amico, trangugiò quel boccone. A un tratto un gran parapiglia, un vociare rabbioso, un suono di colpi menati, in luogo più basso furiosamente, fece sorgere lui, e Mattia, e tutta quella gente che avevano intorno; ma egli con diverso animo, perchè corso alla giumenta fece atto di voler montare in sella,
gridando: «I Francesi!» «Stia, stia,--gli gridò il sagrestano--sono quei di A... che si picchiano fra loro! «Allora datemi l'orcio dell'acquasanta, vado a chetarli! «Che!--rispose Mattia--vorrebbe scendere laggiù a buscarne? Faccia da qui che l'acqua santa va da sè: Vede come si fa?» E preso in mano l'aspersorio, che per volere del pievano aveva recato
dietro coll'orciolino e con altre carabattole; lo agitò in aria due o tre volte, poi lo diede a lui che benedicesse quei furibondi. I quali volendo accendere i fuochi, pel freddo che faceva su quelle alture, avevano cominciato a contendere nel far legna e da ultimo a menar le mani, a strapparsi code, a scaraventare cappellacci, sino a che la pace potè tornare, che fu briga assai lunga.
Don Apollinare credette d'aver fatto col suo aspersorio assai; e venuta la notte, s'avvolse per bene nel ferraiuolo, non senza aver molto raccomandato a Mattia di vegliare. Questi gli si sdraiò vicino, facendo conto di dormire con un occhio, e di contare le stelle coll'altro: e noi lasciandogli a serenare, tirati dalla carità ci
rifaremo in fretta dal signor Fedele; che non avesse ad affogare sotto quel tino, dovo l'abbiamo visto cacciarsi. CAPITOLO VII. Ho fatto tardi, e la carità che volevamo usare al signor Fedele, ci fu tolta di mano da quel Minore Osservante, che aveva predicato a D.... la quaresima, e che trovammo in casa al pievano. Se ci fossimo affrettati, l'avremmo visto sedere a mensa, nella palazzina, più lieto che lungo, col padrone e colla famiglia in grande dimestichezza. Ma per narrare come vi fosse venuto, converrà che io torni a parlare di
quella donnicciuola della cascinaia; la quale di certo non può aver lasciato memoria di sè, salvo per la mala azione d'essersi messa ad origliare i discorsi di Bianca, il primo giorno in cui le signore
erano venute alla villa. Se ne rammenta il lettore? Allora proseguiamo. Costei sin da quel giorno, aveva disegnato di correre al convento, per dire ogni cosa al suo confessore; di quei tempi usando molto confidare al confessionale i propri peccati e le faccende altrui. Ma in tante volte che vi era andata, non aveva potuto trovarlo, e la mattina della partenza dello stormo, la poveraccia teneva tuttavia sullo stomaco il
gran peso di quel suo segreto. N'era tribolata come dal peccato mortale; e pensando al marito, al maggiore de' figli, andati chi sa a quali sbaragli, non potè più reggere. S'affrettò verso il convento decisa a non moversi più, senza aver visto il padre Anacleto, senza essersi confessata a lui, senza averlo pregato a porre i suoi uomini nella guardia di Dio.
Dalla palazzina del signor Fedele, si poteva andare in pochissimo tempo al convento; che sorgeva a piedi di una collina, formante una fondura a guisa di conchiglia, la quale pareva far atto di tirare a sè l'edificio, in solitudine più sicura. E il valloncello era alberato di querce antichissime, le quali, dalla cresta che girava intorno un par di miglia, alla più bassa piaggia, coprivano di loro macchie la terra per modo, che non vi poteva nè luna, nè sole: meravigliose alla vista, perchè da quella infuori per tutta la costa della collina, l'occhio non scopriva altro verde. Il bosco si chiamava dei frati: e perchè
pareva nato appunto per essi, la fantasia paesana vi aveva lavorato sopra di curiose leggende. Fra l'altre questa, che San Francesco, capitato là attorno, per edificare un convento; avendo avuto da Ottone del Carretto feudatario della terra, quel sito; subito si pose all'opera aiutato da sì gran numero di contadini, che il diavolo ne fu geloso. Un dì che i manovali si affaccendavano a murare, se ne scoperse tra essi uno che tentava i compagni e gli scioperava, osando persino dar la berta al Santo, che s'affaticava a recar pietre sulle
sue spalle delicate. Fu badato a costui dai compagni; e come ogni mattina accadeva di trovare il lavoro del giorno innanzi buttato gran parte a terra; il Santo gli mise gli occhi addosso a quel manovale e
s'avvide alfine a certi segni, che egli era un soggettaccio da non poterlo nominare senza segnarsi tre volte. Fattoglisi cautamente vicino, gli gettò al collo il suo cordone benedetto, e a furia di croci lo costrinse a darsi per quel che era, e a portar calce, e
sabbia, e pietre quanto bisognava per l'edificio, di che prima di notte vi fu d'avanzo ogni cosa. Il Santo non fu contento a tutto quel servizio, e dacchè il diavolo ci era cascato, volle giovarsi quanto potè dell'opera sua. Però menandoselo dietro a cavezza per lungo giro chiese che ad ogni passo facesse germogliare una quercia, o non l'avrebbe sciolto mai. Il diavolo, nato per amare la libertà tanto da
ribellarsi a Dio, non istette a perfidiare per la miseria di quattro arboscelli: chè anzi San Francesco non chiedeva uno ch'egli non desse dieci e cento; e delle querce ne fece nascere tante che il Santo non aveva finito di torgli il cordone dal collo, e il bosco era, come fosse sorto da secoli, bello, diffuso e forte. Così il popolo di quelle parti dava ragione a sè stesso, del come quella selva fosse sorta in mezzo al tufo brullo della collina.
Il convento poi, parlando sul serio, crebbe e durò più che cinque secoli e mezzo; e forse durerebbe tuttavia se il generale Victor, nel 1799 non v'avesse appiccato il fuoco; e Napoleone nel 1805 non ne avesse cacciata la frateria, che rifatta ogni cosa v'era tornata a
star bene. I terrieri dissero che fu gran peccato, perchè i frati erano buoni, l'edificio bello, e la chiesa anche più. Questa era di tre navate, partite in molte cappelle, tenute in patronato dai maggiorenti del borgo di C..., larghi donatori ai frati e alla chiesa. Ognuna delle cappelle aveva nel pavimento un coperchio di tomba; e la prima in capo alla navata sinistra, diversa dalle altre per lo stile e per gli ornamenti, apparteneva ai Marchesi della terra, come è
mostrato dal coperchio della sepoltura, il quale reca un arme coll'impresa di un carro e d'un'aquila imperiale a graffito. In quella tomba avvenne cosa, che se non ha che fare colla mia storia, nè coi tempi di essa; ne ebbe molto coi teschi, raccolti là dentro: poveri teschi, che pur avendo portato elmo e corona, somigliano a tutti i teschi umani; calvi, smascellati, hanno viso di ridere d'aver vissuto questa vita.
Faranno vent'anni, e un giovedì di quaresima, tre scolaretti maninconiosi, erano andati a quel convento ruinato, col proposito di rubarvi un teschio: avendo udito alle prediche di quei giorni, che niuno ornamento migliore, e nulla di meglio contro il peccato potesse
avere in camera un giovinetto. I tre adolescenti si fermarono sopra la lapide blasonata; trovarono a ridire sul cattivo latino dell'inscrizione; poi fecero alle pagliuzze cui toccasse discendere nel sepolcro in cerca del cranio. Come ebbero fatto, i due vincitori recatisi in mano le campanelle del coperchio, lo levarono a gran
fatica sull'un dei lati, quanto il compagno potesse passare nel vano la sua persona: e questi, messe le gambe nella buca, peritoso, peritoso, si calò con forte batticuore, a frugare il sepolcro. I teschi erano laggiù in fondo, raccolti come ad amarsi, a consigliarsi; e alla poca luce che poteva là dentro, biancheggiavano in forme incerte. Più in là si vedeva buio, e pareva che ne venisse un'aria tetra, greve, umida, forse quella dell'eternità. Il giovinetto
si spinse avanti carponi, e già stendeva la mano sopra uno dei teschi; quando i due del coperchio udirono una voce di donna gridare arrangolata dando loro dei monelli, disturbatori di morti! Subito la pietra del sepolcro ricadde con un tonfo pauroso; e i passi dei due fuggenti compagni suonarono cupi, sul capo del tapinello, rimastovi
chiuso. Egli non osò movere un dito dalla paura d'urtare in qualche morto, levatosi a vedere che fosse; ma nè allora nè mai, seppe quanto rimase a quella tortura. Il fatto finì, che i compagni ritornarono; la
tomba fu scoperchiata un'altra volta; egli agile come un tigrotto, ne fu fuori di lancio; e giù sui due menò tanti colpi e tanti n'ebbe, che se non fosse stata a chetarli a colpi di rastrello, quella donna istessa ch'era cagione del guaio, qualcuno dei tre finiva ridotto a mal partito. Ritornarono mesti, mogi, a mani vuote da quella spedizione; e per lunga pezza non ebbero più pensiero nè di quei crani, nè del convento.
Tornando al quale, ed alla chiesa, qual era in sul finire del secolo passato: seguiterò a dire come fosse ricca di marmi, e avesse un coro di legno di ciliegio, lavoro antico d'un intagliatore Lombardo, stralevigato dai dorsi de' frati a segno che i novizi vi andavano a specchiarsi. V'era una cantoria angusta, tarmata, e un pulpito
pitturato, bigoncia e pilastro, di certi simboli rossi su fondo giallo; ed io immagino che moltissime volte saranno stati scambiati per papaveri, o per qualche altra pianta sonnifera, dai fedeli dei tempi, in cui i frati vi salivano a predicare. Dalla chiesa per una porticina, si passava nel chiostro. Questo come
tutti i chiostri, era bello davvero. Le sue colonnine di pietra verdastra sorreggono ancora gli archi leggiadri e severi; a ognuno dei quali corrisponde nelle pareti intorno, sotto le volte, un affresco.
Ivi sono rappresentati i miracoli operati sulla terra dal Santo Fondatore; piedi troncati colla scure e colla scure rappiccati; uomini storpi raddrizzati; ciechi illuminati, tanti che sarebbe lunga litania, a voler descrivere tutti quei gesti maravigliosi.
Per un'altra postierla, aperta traverso un muro grosso come di castello; si poteva entrare dal chiostro nella cucina: e il visitatore stupiva dell'ampiezza inaspettata di questa. Faceva contrasto l'angustia delle finestre, munite di sode inferriate, le quali colla poca luce che mettevano dentro, davano un aspetto tetro alla vòlta e alle pareti, tralucenti pel fumo venutosi aggrumando a guisa di
vernice nerissima: e più di tutto dava nell'occhio la smisurata cappa del camino, la quale aveva l'aria d'un mostro, che spalancasse la gola a divorare là dentro ogni cosa. La porta maggiore della cucina, del paro che quella del chiostro, mettevano sotto un portichetto, che formava un angolo retto colla facciata della chiesa, e aveva dinanzi
un piazzale, dove i contadini si raccoglievano la domenica, a chiaccherare del tempo e dei ricolti, fin che entrando le messe i campanelli dalla chiesa ne li facessero avvisati. Stando sotto quel portichetto, a sedere su d'una cassapanca di legno grossolano lavorato a colpi di scure, e vecchia di chi sa quanti secoli; i conversi, i cuochi ricreavano la vista, in due lunghi e bellissimi pergolati; le travicelle dei quali erano sorrette dai muriccioli degli orti, e da
due ordini di pilastrini; e in mezzo a questi correva la via, per cui dalla valle si veniva al convento. Sotto i pergolati solevano passeggiare i frati coi loro amici delle terre vicine, che venivano soventi a visitarli, per desinare assieme, per consigli, o per deporre il peso delle scrupolose coscienze: e se le pietre parlassero, quei pilastrini ci potrebbero narrare chi sa che allegre cose, dette
all'ombra delle viti che vivono ancora assai rigogliose. Il rimanente dell'edificio, era somigliante, in ogni parte, a tutti i conventi. Aveva due corridoi lunghi, incrocicchiati, ai capi dei quali si aprivano grandi balconi: e lungo le pareti porte di celle anguste,
ognuna col suo santo, monaca o frate, a fresco sopra l'architrave. Il refettorio poi, (che io non lo dimentichi), era in sito delizioso; e dava colle finestre su d'un orto ricco, d'alberi e di pozzi d'acque limpidissime. Questi pozzi coperti di viluppi d'erbe, oggi paiono
poco; ma in fondo vi gracidano le rane, quasi per ammonire l'uomo che badi a non vi cascar dentro, essendovi l'acqua pericolosa, e di rado v'ha qualcuno per averne aiuto. I frati di questo convento erano la meglio parte delle terre di Monferrato e delle Langhe. Ve ne venivano talvolta dalla Liguria; ma
gli uni e gli altri, a quel che intesi dai vecchi, vi si accomodavano assai bene, e se ne andavano a malincuore. Tenevano in mano molte fila della vita civile e domestica nei borghi vicini; predicavano, confessavano, pregavano, parevano tanti santi e tra loro in gran concordia; sebbene anche in quello come in tutti i sodalizi del mondo,
covassero le invidie, le gelosie, gli odi; e si potesse assomigliarlo ad un lago quieto come specchio alla faccia, e giù giù nei fondi, agitato da pesci d'ogni sorta, persino mostruosi. I loro cercatori correndo i contadi raccoglievano copia d'ogni ben di Dio, n'avessero
potuto portare; e rivenivano ogni sera carichi come api ed allegri sempre. Costoro non si veggono più girare per le vie e pei campi, col sacco della cerca in ispalla; e del vasto edificio avanza appena un'ala che
si possa abitare da cristiani. Vi sta una famigliuola di coloni, che mandano innanzi a podere le terre intorno. Corridoi e celle sono crollati o offesi da larghe crepe: la chiesa non ha più tetto; gli altari sono scalcinati; il campanile si regge a stento, e fa segno di non saper bene dove si abbia a coricare, o sulla terra, dell'orto, o sul grembo erboso della chiesa. Ma non andrà guari e sarà anch'esso
confuso coi ruderi sconvolti come per terremoto; e nulla, più nulla, parlerà di quello che era il convento or sono settant'anni. A me duole assai di questo, ma più dei frati, chè tra loro neppure uno ha lasciato memoria di sapienza, d'amore, o d'altre virtù. Che importa a noi sapere che venivano coll'età molto avanti? Forse gli è appunto per
aver badato a vivere lunga vita, che sono morti del tutto: e sebbene delle loro ossa siano piene quattro tombe; queste non han nulla da dire al visitatore, che ascolta le coppie di colombi tubare dal campanile i loro dolci amori, ricolmando di mestizia gli archi, le vôlte, quell'ingombro di ruderi, e quell'erbe lussureggianti. Incontra talora di vedere qualche personcina, sfatta, macilenta, gialla come per febbre maremmana, fuggire per un bosco, far capolino da un uscio,
o nascondersi dietro una colonna cadente. V'ha da rimanere attoniti, come se fosse un'anima di frate venuta dall'altro mondo; e sarà un figlio del colono, guasto, poveretto, dalla malaria di quelle ruine. Il bosco è bello ancora, ma mostra qua e là di larghe radaie; la mano del tempo e dell'uomo vi fanno a gara nel distruggere; tuttavia
l'occhio si posa da lontano, assai volentieri, su quella valletta, come in luogo di pace. Quando la cascinaia del signor Fedele giunse al convento, il padre Anacleto era sul rialto, donde poche ore prima, il guardiano aveva arringata la turba andata in guerra. Egli girava intorno a certo pilastro sormontato da una croce di ferro, al fresco delle grandi querce che ombravano il poggiolino. I frati solevano venirvi a
riposarsi in sul desinare, e a dire le barzellette alla gente che passava, per la via appiè di quello. Essendo ancora mattino, il padre Anacleto vi stava solo soletto, teneva il breviario sotto il braccio, e colle mani una sull'altra, diceva passeggiando le ore.
Parve alla povera donna, che Dio l'avesse posto là ad aspettar lei; e appressandosi peritosa, come potè chiamollo a nome sommessamente. «Oh!....--sclamò il frate mettendosi sulla persona altezzoso;--sei tu? Ebbene? Tuo marito se n'è andato anch'egli col figlio maggiore nevvero? L'altra imbambolava a queste prime parole, e stava per fregarsi gli
occhi col dosso della mano; ma il frate accorto, soggiungeva: «Hanno fatto bene! L'intenzione è santa..., ma io credo che non avremo mestieri delle loro forze; e quand'anche fosse, il Signore sa quali
sono i nostri....; bisogna avere fede in lui, e starsi di buona voglia. Allegri!» E tornò a passeggiare, come, se con questo le avesse detto addio. Ma essa con voce umile e timorosa: «O signor padre, mi perdoni, sono venuta per parlare con lei....
«Con me? Allora son qui!» rispose il frate fermandosi di nuovo; e prese l'aspetto d'uomo che tiene una mano su in cielo e l'altra sopra la terra: certo che colei veniva con qualcuna delle noie, solite ad essergli date dalle foresi, le quali erano lì ogni poco, a fargli recitare il responsorio di Sant'Antonio per ritrovare la gallina perduta; o con uno scrupolo da sciogliere; o con un sogno da
decifrare. «Veniva per confessarmi--disse la campagnuola. Ed egli a lei: «Ma se fa appena un mese che hai fatta la pasqua. Che ci hai di nuovo? «Peccati, no: ma ho certa cosa che mi pesa sull'anima; e mi pare che se io non la dico, il mio povero uomo avrà la mala ventura. Son venuta
qui parecchie volte... «Spicciati, spicciati,--interruppe il frate. «Ecco! Ella sa che i padroni sono in villa: ma ha da sapere che quella notte in cui ci vennero, voglio dire quando fu mattino, il signor Fedele, prima di tornare a C.... mi disse che portando la colazione alle signore, badassi bene a non parlare con esse, perchè alla Bianca
voleva dar volta il cervello, e vedeva tutto, spie, nemici, Francesi e che so io.... «Caspita!--sclamò il frate, quasi maravigliando di quelle cose seguite a sua insaputa.
«Ascolti, ascolti!--continuò la donna pigliando animo:--portando la roba io mi sono lasciata tirare dalla curiosità, e andai ad origliare all'uscio delle donne. Parlavano tra loro, e Bianca diceva cose..., cose, poverina, da far piangere! Altro che impazzare! parlava come un libro; ma non ho potuto capire nulla, salvo che vuol farsi monaca, e che non vuol essere sacrificata... Basta! Il fatto è questo, che da quel giorno, in casa ci pare il mortorio; e il signor Fedele, quando
lo vedo, fa tremare anche me. È torbido come se gli si avesse tolto il pasto di bocca... Se ella ci andasse a vedere un poco... Ah!... già mi dimenticava; il padrone sin da stamane s'è nascosto in cantina, e non c'è santi per farlo venir fuori: la palazzina è chiusa, ma dentro ci
si sente la disperazione! «Allora vado»--disse il frate; e la donnicciola ringraziandolo mosse verso il convento a udirvi messa, spigliata come si fosse tolto di dosso un macigno. Egli poi, stato un altro poco a girare intorno al pilastro, si segnò due volte, e s'avviò alla villa del signor Fedele. Vi giunse che questi aveva scacciato con grandi minaccie Bianca e Margherita, tornate a pregarlo si togliesse di quel brutto luogo, che quei furiosi se n'erano andati: ma le loro preghiere avrebbero mosso a
pietà qualunque crudele, non lui. Scendevano e salivano dalla cantina alla stanza, dov'era la zia Maria, e con essa facevano le dolorose querele; quando s'intese un picchio leggero all'uscio di sotto, e Bianca affacciandosi sclamò: «il padre Anacleto!»
La cieca, credè, a quel nome, di ricevere un messaggio del cielo; Bianca corse da non veder le scale, a suo padre, dicendogli del frate; e Margherita non aveva quasi avuto tempo di raggiungerla, che il
signor Fedele, come se una mano poderosa l'avesse afferrato per le gambe; vergognoso di sè, in meno che non aveva fatto ad entrare in quella sorta di tana, ne era già fuori. Ma ahimè, come concio! Pareva un masnadiero fuggito, per qualche fogna al bargello; per giunta un nugolo di molesti moscioni, gli si turbinavano intorno al viso, ed alla persona. Bianca si provava a nettarlo, e piangeva; Margherita, aperta la porta, faceva venir dentro il padre Anacleto.
«_Deo gratias!_»--disse questi facendosi oltre diritto, verso la parte onde veniva la voce del signor Fedele; ma vedendolo qual era--«che fatto è questo--sclamò,--che ti veggo scompigliato a codesto modo?» Il frate dava del tu a tutti, salvo che agli ecclesiastici più vecchi di lui.
«Eh! padre--rispondeva l'altro,--ella viene in casa a un ospite sventurato! Ero disceso in cantina, per vedervi come sto a vini stagionati; mi prese il capogiro, caddi, e buon per me che queste mie figliuole furono pronte ad aiutarmi.» Se là dentro fosse stato un po' più di luce, il frate avrebbe visto sui volti delle due fanciulle, i segni della maraviglia, in cui l'infingimento del padre mise le loro anime semplici. Ma non ebbe
neanco tempo di dire al signor Fedele, che ringraziasse il Signore di avergli tenuta sul capo la sua santa mano; che costui scaricando su Bianca il miscuglio tempestoso di passioni, che gli fiottava nell'animo: «E voi--le gridava--voi, che ci fate qui? Andate al vostro posto!...»
La povera giovane, che quasi s'era dimenticata d'ogni patimento, solo per aver potuto parlare quelle poche ore colla zia e colla sorella; rimase a quelle parole, come se venuta tapina a chiedere la carità, le avessero chiuso in faccia l'uscio di casa sua. Di che, chinando gli occhi mestamente, si volse addietro, salì le scale, ritornò nella sua camera, ai suoi silenzi. Margherita stette senza saper che si fare, addolorata di veder ricominciata la trista istoria: poi usci sull'aia singhiozzando da sola.
Allora il padre Anacleto, capì che sotto quei portamenti v'era qualcosa, di cui la cascinaia gli aveva fatti a ragione i grossi misteri. E valendosi della considerazione, in cui sapeva d'essere tenuto dal signor Fedele, presolo per la mano, con dimestichezza
paterna, gli disse: «Fedele, tu sei più vecchio di me, ma io sono più di te esperto della vita. Sai che io ti sono amico, non t'ho mai veduto così severo colle tue figliuole; che t'hanno fatto? Non mi hai detto or ora, come t'han mostrato d'amarti? Dacchè non ti ho riveduto, tu sei mutato in viso,
ma molto mutato: segno che non sei contento! Perchè non sei venuto da me? A dirti il vero qualcosa mi diceva qua dentro: «egli non viene da te, e tu va da lui!» e sono venuto, ed ecco che non m'ingannai. Che posso per te? Noi siamo ai servigi dei felici e dei mesti, dei ricchi e dei poveri..... parla pure....
«Oh, padre!--rispose basso il signor Fedele--questa è la casa dell'afflizione! Se dura così un altro mese, qualcuno di noi sarà portato al sepolcro!
«Oh!--sclamò il frate--dunque c'è a mezzo qualche seria faccenda? «Seria! altro che seria!--proseguì sospirando il signor Fedele, che stato in forse quei pochi momenti, aveva deciso di confidarsi al frate delle cose di casa sua:--i figliuoli de' nostri tempi, non obbediscono più i loro padri, e il mondo va per la via torta.... «Il mondo si sfascia come un cadavere--sentenziò il padre Anacleto; ed ambidue uscirono all'aperto, mettendosi sotto il pergolato tuttavia
poco ombroso. Buon pel signor Fedele che niuno lo vide, conciato com'era; chè all'aspetto strano, gli avrebbe scemata la stima. «Ecco--diceva egli continuando;--ella sa, padre, che le mie due figliuole mi sono più care che le pupille. M'è capitato per la prima di esse un partito, un partito da renderne invidiosa una principessa. La trista non vuole saperne.... e sono settimane che mi arrovello a
trovar modo di farle far senno. Baje! Essa mi si fa sempre più cocciuta, e quasi io perdo la santa pazienza. Non mi pare vero; così dolce com'è....! «Eh!--disse il frate--del vino dolce si fa l'aceto forte. Ma l'uomo che tu le vuoi dare, le piace?
«Via!--rispose l'altro tentennando un tantino;--diciam gatta alla gatta, pare che no. «O allora, che vuoi? Farle forza? È tanto giovane, e non v'ha da temere che ti rimanga in casa zitella. E colui del partito, non può aspettare? «Che aspettare! Questo partito mi fa come la palla; mi balza in mano e se non le do mio danno! Mi sia segreto padre; questo partito è un uffiziale alemanno, ricco come il mare; e la piglierebbe senza parlar di dote. Così quel po' di ben di Dio che abbiamo al sole, mi
basterebbe a maritar la sorella più ricca.... «Dà retta--interruppe il frate--sai di qualcuno quassù cui tua figlia voglia bene? «Questo--rispose l'altro, tastandosi la nuca, e poi badando alle dita
che gli rimasero piene di ragnatele:--questo sospetto nacque anche a me... e... giacchè ci siamo, le dirò tutto. Sarà un mese, proprio il giorno in cui l'alemanno mi chiese Bianca; venne da me una signora di
D...: ella che fu laggiù a fare il quaresimale, la conoscerà.... è la signora Maddalena.... venne, e quattro e quattr'otto, mi chiese anch'essa la figlia per suo figliuolo che si chiama Giuliano....» Udire questo nome, aggrottare le ciglia, farsi indietro un passo; fu pel padre Anacleto un solo atto. E appuntando l'indice della destra nel signor Fedele.
«E tu,--sclamò--dovevi risponderle, che se suo figlio vuole una moglie, se la vada a cercare nelle terre di Calvino, di Lutero, in Turchia....! «Turchia?--disse il signor Fedele--o che è questo, ch'ella mi fa tremare le gambe? «Bisognerebbe che tu fossi stato a D.... sarà giusto un mese, per sapere ciò che dico! Bisognerebbe avere inteso le parole, che colui osò dire al pievano di laggiù. Cose da temere che gli si aprisse la terra sotto i piedi! Ah Fedele, quale sventura, se tua figlia volesse bene a quell'empio!» «Oh Dio! che può essere, e forse è!
«Non sai che colui è stato scolaro di don Marco? «Sicuro!.... «E che dalla casa di questo matto benedetto alla tua, non v'ha di mezzo che il vicolo?
«Già! «Credilo a me, quando quella signora venne, i due giovani avevano bell'e fatto l'accordo. «Eppure non si sono parlati mai....! disse il signor Fedele rotando gli occhi. «Oh! quanto a questo, pensa alla tua giovinezza. Fedele, questa passione, se v'è, la levo io dal cuore di Bianca. Una ragazza non deve porre in pericolo l'anima sua.... dell'anime non ne abbiamo che una, e
con un Volteriano per marito, essa non si salverebbe di certo. Fammela vedere. «Sì! sì! padre, e badi a convertirla; io poi farò il debito mio verso lei, e verso San Francesco....» Così dicendo, mise dentro la palazzina il frate, e salirono in sala. Là cortesie e accoglienze liete tra damigella Maria e Margherita e quest'ultimo; il quale chiesto di Bianca, gli fu insegnato dalla sorella la camera del piano di sopra, dov'era. Ed egli fece la scala accompagnato dalle benedizioni delle due donne, cui pareva gran ventura la visita d'un uomo, che forse veniva recando seco il segreto
della consolazione. Frattanto il signor Fedele, che s'era andato a ricomporre un tantino i panni in altra stanza, fattosi sull'uscio della sala, con certa allegrezza nuova nella voce, diceva alla cieca: «Cognata, pensate al desinare; lo voglio sontuoso, perchè terremo con noi il padre Anacleto: tu Margherita corri dalla massaia, che tiri il collo a un par di piccioni e a una gallina; con un sorso d'aceto che io metterò loro in gola, diventeranno di buona cottoia lì per lì; diamoci attorno leste, e se vi bisogna aiuto son qua io. Che? ridi?
ridete? In opera di cuocere vedrete chi sono!» A questo fare piacevole, mai più costumato da lui, la zia Maria e Margherita, si sentirono proprio rinate. Che tutto questo mutamento d'anima e di modi, venisse dal padre Anacleto? Che gli avesse toccato il cuore? Lo benedissero cento volte, nè la cieca avrebbe fatto di
più, se il frate le avesse dato un barlume. La nipote valeva dieci cotanti più degli altri giorni; e di sù di giù, una affaccendata, l'altra in cucina; in un batter d'occhio le pentole bollivano, le padelle friggevano; avessero potuto imbandire pupille di fagiani, sarebbero loro parso poco pel frate; al quale, l'odore delle vivande gratissimo, saliva dalla cucina fin nella camera di Bianca.
Egli v'era entrato, come a entrare nella propria cella; mentre la fanciulla, appoggiata al davanzale della finestra, guardava fuori la campagna, e i colli e i monti lontani. E a veder biancheggiare qualche
campanile che accennasse un villaggio romito; si sentiva rapire il cuore a quella lontananza, come se là avesse potuto vivere felice. «Bianca,--aveva detto il padre Anacleto, dopo essersi soffermato un tantino sulla soglia, a mirare la bella in quel suo raccoglimento:--Bianca, tu stai guardando i campi, come se attendessi da qualche parte un portatore di
novelle liete...» La fanciulla, che s'era volta addietro alla prima chiamata; col volto chino, come temesse di lasciare scoperti i mesti pensieri; si fece incontro al frate, per baciarli il cordone; ma questi le porse la mano. Essa la baciò, e poi disse: «Oh padre, come ha fatto bene a venire quassù! Non l'ho più riveduta
da due mesi, sa? quel giorno che venne a C.... al mortorio di quella povera mia amica.... Povera! io, povera, e non essa! ma faccio per dire...
«O che hai con queste malinconie!--sclamò il frate,--lo so anch'io, che a questo modo andrai a male colla salute!--E tenendole alta la fronte colla mano, che essa aveva baciata, e guardandola maestoso nel viso, soggiunse:--dunque, tu non mi vuoi dire che cosa aspetti, o che cosa cerchi cogli occhi, da quella finestra?
«Nulla!--rispose Bianca--io non aspetto nulla. Guardava così, per quei campi; e pensava che sotterra si deve stare quieti quieti, in queste lunghe giornate che non vogliono mai finire. Cercava, quale sarebbe il più bel posto per farvisi scavare il sepolcro.
«Bei pensieri!--disse il padre Anacleto:--pensieri che sono nella gioventù, come i tarli in legno prezioso! «Eppure ci si prova una dolcezza, una soave dolcezza...! «Un'amarezza che uccide lentamente, dovresti dire! Tu hai bisogno di consolazioni, fanciulla; e se io potessi toglierti dal cuore le tue malinconie, sarei lieto d'aver servito Dio nella sua creatura. Ma già
io non posso nulla....» A queste parole Bianca prese animo e disse: «Oh! ella potrebbe tutto, se volesse farmi il bene che io le chiederei...!» «Parla son qui a posta!--s'affrettò a dire il frate--accostiamoci alla
finestra, e parla: che hai, che ti hanno fatto? io sono un umile consigliere, un povero mortale, ma alle volte Dio si compiace in noi, e parla colle nostre labbra.
«Ebbene,--cominciò Bianca, mostrando di volersi rimettere in lui:--vidi soventi frati forastieri venire quassù; se da qualcuno di questi, si potesse sapere dove sia il monastero più vicino a noi; ma un monastero che vi si entri per non uscirne più, nè vivi nè morti.... e se mi ottenesse da mio padre la grazia di farmi monaca in quello: io
pregherei per la sua salute tutto il resto della mia vita, e mi ricorderei di lei, padre, come del mio più grande benefattore....»
Il frate aveva sorriso alla semplicità di Bianca, la quale pensava che oltre la cerchia di quelle montagne, il mondo fosse anche per lui ignoto. Ed essa, dicendo, aveva a poco a poco osato alzare gli occhi negli occhi di lui; e lo sguardo le si era fatto così eloquente, che
egli vi lesse dentro tutto l'animo della donzella, decisa a quel passo di cui parlava. Stimò buona cosa venir col discorso a seconda di quei desideri mesti e profondi; e dopo un tantino di silenzio, disse:
«E sta bene! Fanciulla che si manifesta inclinata a diventare sposa di Cristo, bisogna aiutarla, e t'aiuterò. Appena di là di questi monti, che abbiamo in faccia, nell'altra Bormida, in un luogo che più ameno non potrebbe essere, v'ha un monastero dove tu saresti sempre la benvenuta... Ma..., poni mente a quel che ti dico: quella che tu vagheggi è una vita dura..., una vita di penitenze in cui si spegne la
giovinezza; anzi si cerca di struggerla, come un incenso che si brucia per mandarne il profumo al cielo...» Bianca provava una voluttà amara a udire di quel martirio; e il frate continuava:
«Tu, lo veggo, gioisci a queste notizie, o anima eletta! Ma..., quando avrai fatto il gran passo, oltre quella soglia da cui non si esce mai più; se tu venissi a sapere che tuo padre ne sarà rimasto accorato da morirne; se la tua Margherita, e la tua povera zia, che ti tenne
amorosa luogo di madre; perdendoti come tu fossi morta, non potessero darsi pace, e morissero anch'esse di dolore: tu sapendolo là dentro, (e lo saprai perchè, in quei chiostri solitari, dove non si fa altro che patire e pregare per tutti i peccatori della terra, il cuore parla
la verità); ebbene non ti sentirai pigliare dallo sgomento di aver fatto tanto male, d'avere aperto tre tombe ai tuoi più cari?» La fanciulla ruppe in pianto, e le lagrime le caddero per le guancie
sul seno affannato. Di che il frate mutò subito la voce e gli atti, e fattosi dolcissimo, soggiunse:
«Vedi? Oh, io lo so molto bene come sono fatti i vostri cuori! La solitudine, il chiostro, illusioni; ma l'obblio delle case nostre, dei nostri affetti, siamo sicuri di averlo acquistato? Non parlare più, per ora, di monastero. Se Dio ne' suoi consigli t'avrà chiamata; quei consigli non mutano, e te li significherà meglio, domani, tra un mese,
tra un anno, quando a lui piacerà... Oggi tu devi essere savia, avere più fiducia nel mondo..., voglio dire ne' tuoi..., in tuo padre..., in me se mi degni...: insomma se t'ho a dire la verità, io temo che tu non mi dica nè tutto nè metà di quel che dovresti, ad uno cui domandi aiuto; e se debbo andarmene, io me ne vado...»
E fece atto di partire. «Oh! no, padre,--sclamò Bianca rattenendolo colle sue candide mani;--non se ne vada, per amor di Dio! Adesso mi pare che avrei a dirle tante cose; ma ho un cerchio al capo, un cerchio come di ferro, di fuoco, e tutte le mie idee mi sembrano svanite...
«Via,--disse il padre Anacleto, segnando col dito il cuore della fanciulla;--le tue idee svaniscono, ma non svanisce quello che tu hai costaggiù. Dimmi il vero, Bianca, dimmelo che darai gloria a Dio! E perdonami se io entro in te, ma lo fo pel tuo meglio...; dimmelo, tu vuoi bene a qualcuno...» Il fiore di melagrano appena sbocciato è una pallidezza, paragonato al rossore di cui la giovinetta si tinse. Ma non fece segno di voler celar l'animo; chè anzi guardando il frate umilmente, e rifatta pallida, pallida, chiese sommessa: «È forse male?
«Male..., male no!--rispose il frate--anzi dirò che il voler bene, come comanda Dio, viene da gentilezza di cuore... Ma alle volte, questo benedetto cuore, inesperto, s'apre ad affetti, che poi si mutano in pentimenti...; e ora che ti guardo meglio, mi pari così diversa da quella di prima, che io temo tu non abbia posto amore in qualche uomo indegno di te...
«Indegno?--proruppe Bianca facendosi tutta fuoco, e atteggiandosi che non pareva più una fanciulla timida ed oppressa, ma donna forte da far valere la verità:--Se ella conoscesse quel giovane, non avrebbe detto
questa parola!» E rimase guardando il frate, le palpebre abbassate un tantino, e il labbro sporto sdegnosamente, come chi ha detto, e non vuol udir altro. Ma il frate senza scomporsi: «Questo tuo sdegno nobilissimo mi persuade ch'egli sia giovane
dabbene; e se le mie parole t'avessero offesa, me ne dorrebbe assai. Ma noi si fa sempre e si dice in fin di bene, e se tu vuoi che io ne parli a tuo padre, dimmi il nome... «Oh! no, no, per carità,--interruppe la giovinetta--non dica nulla! Mio padre mi ha detto un giorno che se sapesse che io voglio bene a
qualcuno, egli sarebbe uomo da farlo ammazzare...! «Bah! Sono cose che si dicono nella collera! Sta di buon animo, la mia fanciulla, che tutto si accomoderà secondo il volere di Dio... «Ma mio padre m'ha promessa ad un altro...! «E tu fagli bel viso, che alla fine delle fini non è un tiranno! Forse io sono destinato a ricondurti la gioia in casa... Ma tu hai un torto, un torto grave...; non m'hai voluto dire quel nome... eppure me lo
dirai, lo saprò; oh! lo saprò e forse lo so fin d'ora...» Se il signor Fedele non fosse entrato a rompere quel discorso, Bianca avrebbe di certo finito per dire quel nome, che d'altra parte il padre
Anacleto sapeva da sè. Ingenua e col cuore traboccante di dolore, stava per isfogare la sua grande passione, messa in vampe dalle parole del frate, come brace sopra cui si scarichi improvvisa una buffa di vento.
«Padre,--diceva il signor Fedele, facendosi sull'uscio della cameretta;--oggi lo vogliamo a far penitenza con noi. Bianca, a momenti s'entra in tavola, prega il signor padre a volerci degnare.»
Bianca, che a veder comparire il padre suo, s'era rifatta sopra sè stessa, rivolgendo timidamente gli occhi alla campagna; stupì del modo di quegli inviti, che tornava così diverso dai trattamenti avuti
un'ora prima. Il frate, scostatosi da essa, si fece far largo dolcemente dal signor Fedele, per uscire, e gli susurrò all'orecchio: «M'hai disturbato; ma va e sii dolce; col miele si pigliano l'api»--E
gradino, gradino discese in sala. L'altro, che a quelle parole fece tra sè e sè conto di rimettersi tutto nel frate; mosse verso Bianca, e vezzeggiandola, come non aveva
mai fatto, le prese la mano, e menandosela dietro amorevolmente, diceva: «Vieni, Biancuccia, che tu hai a fare gli onori di casa al padre Anacleto; mangeremo un boccone in santa pace ed allegria; poi sarà quel che Dio vorrà. T'ho maltrattata stamattina, ma quei villani m'avevano fatto perdere il capo..., vieni...»
La fanciulla, si sentì come a cascar di dosso la gramaglia, e mutarsi in una veste di tutti i colori più belli. A lei sorrise l'anima, a lui sorrisero le labbra; e come se nulla fosse stato dei lunghi bronci, discesero anch'essi in sala.
Trovarono la cieca, Margherita, col padre Anacleto che pareva stesse dicendo loro le sue più dolci parole; ma costui quando li vide venir dentro, bilicata tra l'indice e il pollice della destra la sua tabacchiera, e facendole fare mulinelli, mutò discorso giocondamente. «Dunque,--diceva--oggi m'ho a fermare a far penitenza con voi? Sarà una penitenza assai dura a quel che sento nell'aria; ma cogli amici ogni patire torna godimento...
«Sempre gaio il padre Anacleto!--diceva damigella Maria, la quale chi sa quel che avrebbe dato, per vederlo un istante in viso. «L'animo lieto fa l'età fiorita!--rispondeva egli: lo dice Salomone. Ed essa:
«Mi vuole a lato? «Sì! e vedrò di raccontarvi qualche istoria che vi tenga allegri...
«Allora entriamo a mensa;--disse il signor Fedele--e ad uno ad uno come fanno i frati: dico bene padre? «Ad uno ad uno, a far penitenza...» Così rispose il frate, ed entrarono nella stanza, dove avevano messo
in tavola. Questa era un po' angusta, ma ariosa, e per la gran luce che vi veniva dentro da due finestre, pareva la sede dell'allegrezza. Pigliarono ognuno il suo posto; e Bianca quasi non rammentò d'essersi seduta là tanti giorni, per inghiottire bocconi amari. A tutti sembrava d'uscire da un inverno tetro e caliginoso, e che allora appunto il tempo si mettesse alla più bella primavera del mondo.
Mangiavano, bevevano, chiacchieravano in un dolce abbandono d'ogni cerimonia: e dissero a lungo della gente, mossa quella mattina contro i Francesi. «Chi sa dove saranno...? a quest'ora avranno fatto sosta qua, l'avran fatta là...; da C..., da M..., da A..., chi sa quanti ne saranno andati? Forse i tali..., forse i tali altri...?» E poi strologarono sul tempo che sarebbe durata l'impresa; e giù altre congetture, altri presagi, che tutti venivano chiusi, come i salmi dal gloria, con un: «sarà fatta la volontà di Dio!» detto dal padre Anacleto devotamente. Così l'ilarità, e le piacevolezze, durarono
tutto il tempo del desinare; il quale fu lungo e inaffiato di vini deliziosi, che il signor Fedele teneva riposti chi sa da quanti anni. Ma come ogni cosa in cui si pigli diletto ha presto fine; così venne l'ora di levarsi da mensa, e il frate si ricordò di aver da tornare al
convento. Il signor Fedele volle accompagnarlo, e Bianca chiese di seguirli. Allora preso commiato da damigella Maria e da Margherita, il padre Anacleto uscì con essi; e s'avviarono passo passo, al dolce calore del sol di maggio, che tramontando alle loro spalle, stendeva
le loro ombre lunghe lunghe, ora sulla via, ora sulle prode dei campi. Come furono in parte, dove l'andare si faceva disagevole, si congedarono a vicenda con inviti e promesse per l'indomani; e il frate volte le spalle, si mise a camminare spedito per un sentiero traverso che menava al convento. Bianca gli guardò dietro mentre egli s'allontanava, e le pareva sentirsi venir meno un grande aiuto; timorosa di rimanere sola col babbo, che forse le avrebbe chiesto del colloquio avuto da essa col padre Anacleto. Ma egli fu contento di sbirciarla sorridendo, e nel tornare a casa, le parlò di tutt'altro da
quel che essa temeva; non volendo rischiarsi a guastare l'opera, a quel che pareva, bene intrapresa dal frate. Intanto, Margherita dalla finestra stava a vedere, e diceva alla zia i loro passi. Quando il padre Anacleto fu per uscirle di vista, in capo a quel sentiero grigio, che si perdeva nel bosco, essa si volse alla cieca dicendo:
«Ecco; il padre Anacleto non si vede quasi più; entra nel bosco... è scomparso. «Santo uomo! che Dio lo benedica:--disse la cieca--proprio possiamo dire, che se la pace e la concordia ci tornano in casa, è merito suo. «E babbo e Bianca, sono costaggiù che tornano; e discorrono amorevolmente fra loro. «È un miracolo, Margherita, un miracolo! E se dura vogliamo andare di
notte, bell'e in mezzo al bosco dei frati, a far la novena intorno alla cappelletta di San Francesco. Tu e Bianca mi condurrete... «Di notte nel bosco? Vi sono l'anime dei morti che singhiozzano sulle querce? «Sono assiuoli e non anime di morti! Chi ti mette codeste ubbíe in capo? Eppoi pregando non s'ha a avere paura di nulla, perchè l'angelo
custode ci sta sempre allato...» In quel momento rientrarono Bianca e suo padre. La fanciulla era malinconica; ma come persona uscita di malattia che cominci a riavere la salute, mostrava a tratti qualche movenza allegra. Egli parlava a tutte e tre riguardoso, sempre temendo di rompere quella sorta d'incantesimo fatto dal frate; e quel giorno principiato nei trambusti e nel pianto, finiva per le loro quattro anime come per l'erbe dei campi e per gli augelli dell'aria, ai quali un tramonto dorato,
prometteva per l'indomani un mattino di luce e d'amore. Il padre Anacleto poi, giunto al convento che era l'ora d'andare in refettorio a cenare; per non farsi scorgere, s'andò a sedere al suo posto: ma com'è da pensarsi non prese nulla. Per ingannare quei momenti, si pose a guardare un affresco, che era in fondo alla sala, sopra la sedia del guardiano; e doveva rappresentare una cena, fatta tra San Rocco e non so quali altri santi. Dico così perchè di quell'affresco, sopravanzano pochi bocconi, essendo caduto l'intonaco del muro su cui era dipinto: ma una testa pennelleggiata assai bene;
una spalla coperta di un sarrocchino sul quale spicca una conchiglia che par vera; un boccale e un piatto di verde sulla mensa danno a capire che in quella pittura si stava mangiando.
Pieno di pensieri, per la famiglia, dal cui desco s'era levato poc'anzi, il frate lasciò correre la mente ai parchi desinari fatti dagli Apostoli in casa d'amici, dove capitavano a consolare qualche afflitto od a soccorrerlo di loro consigli. Quasi quasi osava somigliare sè stesso ad uno di quelli; e di certo si tenne d'aver fatto in quel giorno molto bene il debito suo. E si ringalluzzava tutto, pensando che il pievano di D..., avrebbe potuto dire di Giuliano, che la pena per lui, teneva dietro alla colpa assai da vicino: e non vedeva l'ora di potergli scrivere che aveva scampata dalle insidie del demonio una giovane innamorata di quel suo
parrocchiano senza legge e senza fede. CAPITOLO VIII. In iscambio don Apollinare si trovava a certi passi, che non era il caso di poter pensare nè al padre Anacleto, nè a Giuliano.
I monti sui quali lo abbiamo lasciato colle turbe di Val di Bormida, in capo a quattro o cinque giorni, formicavano, come vi si fosse raccolto un esercito di barbari; pronti a calare dove loro fosse venuta bene la preda, per portarsela a quelle sedi alpestri e selvose. Aveva durato a venirvi gente dalle più remote parti delle Langhe; nè a
ricordo d'uomini nè di libri, s'era visto nulla di simigliante. Lassù tutto era andato sossopra, rocce, zolle, alberi per far terrati e ripari: e come a star all'aperto, dì e notte, si diventa industriosi; con certi graticci che sapevano intrecciare assai bene, i boscaiuoli avevano fatto baracche pei capi, i quali dando pochi quattrini cansavano le infreddature. E questi capi erano tanti, che le baracche crebbero di numero, quasi da togliere a quelle montagne l'antico
aspetto foresto. Gli abitanti della marina là sotto, avevano paura di quelle plebi più che dei Francesi già vicinissimi; e ogni mattina guardavano se vi fossero ancora, e mandavano sui monti messaggi d'amicizia, e saluti, e notizie grosse; per tenerle all'erta, che ad esse non venisse il
grillo di calare nei loro borghi, a farvi chi sa che tragedie. Le turbe ricambiavano i saluti, e invece di pensare a discendere laggiù, compiangevano chi vi stava.
Talvolta vedevano navi passare in vista facendo segni con bandiere; ma in quel pararsi di tanti colori non ci capivano nulla. I capi si strappavano fra loro i cannocchiali, e per non essere scortesi rispondevano a quei saluti, bruciando cataste di legna, da mandarne le fiamme alte come d'incendi. Un di quei giorni erano capitati lassù alcuni uffiziali, dai campi
alemanni e piemontesi, posti lontano poche miglia giù verso il mare. Veduto in qual conto s'avessero a tenere quelle strane milizie, e fatta correre la voce che fra breve tempo si sarebbero viste alla
prova; se n'erano ripartiti, a quel che si sapeva, ben edificati del loro contegno. E in verità quella lode soldatesca era meritata; perchè durava l'ardore col quale s'erano messe all'impresa di difendere il
trono e la religione: e la meglio parte di quella moltitudine, allevata alla vita travagliosa dei solchi e delle selve, non badava ai disagi. Mangiavano i neri pani che s'aveano recati nelle bolge; le
quali portate, come usa da quelle parti, che una ne pende sul petto un'altra sul dorso, e bianche di colore, avevano l'aria d'assise bizzarre. Bevevano l'acqua pura delle fonti, per quelle montagne copiose e frequenti; e se alcuni serbavano qualche goccia di vino nei barletti, era per berlo e confortarsi, dove per mala sorte avessero toccata qualche ferita.
All'alba si levavano in piedi, liete come se nulla fosse stato della guazza, e delle brine che talvolta anco in quella stagione, il vento frizzante dell'Alpi porta nella contrada; dicevano ad alta voce le orazioni del mattino; poi facevano d'ogni sorta d'esercizi, visti a
fare ai soldati. Due volte il giorno, i preti predicavano da qualche poggio ognuno alla sua compagnia; e parlando di Dio e del Re, tenevano deste le ire, e il desiderio di dar dentro a menar le mani in guisa, che dopo ogni predica le montagne suonavano di grida altissime, di
strage e di vendetta. Non sapevano bene, ma tutti accozzavano nelle menti torbidi pensieri di religione, d'empietà, di re e di patiboli; i più ardenti aizzavano coi discorsi i compagni; chetarli era gran fatica; e ad ogni tratto si tornava da capo. Presi così alla grossa,
s'accostumavano a quella vita assai bene. Ma a don Apollinare, e a molti altri che avevano viso di condottieri, l'ore cominciavano a parer lunghe. Quattro giorni di disagi, erano stati d'avanzo a fare dar giù il bollore ai loro spiriti; e la prontezza d'animo con cui s'erano mossi, cedeva un po' ogni giorno, alla stanchezza in tutti, in molti alla noia, in taluni alla paura. Perchè agli altri guai s'era aggiunta la vista di soldati regi ed
imperiali; i quali passavano per quelli alpestri sentieri, tornando feriti o malconci dalle scaramuccie, che seguivano giù giù, tra quel d'Oneglia e quel di Loano. I poveretti camminavano da sè a fatica, o portati da certi muli, spasimando, ogni poco, per i squassi crudeli: ed erano quali mesti, quali baldanzosi, alcuni bestemmiavano, altri mostrando le ferite toccate, dicevano a quelle genti affollate a vedere, come laggiù laggiù, di palle e di baionettate i Francesi ne
avessero in serbo anche per esse. Quelle parole non erano atte a sgomentare la moltitudine; ma i capi ponendo gli occhi stupiti in quelle piaghe mal fasciate, si sentivano frizzare le carni; e pensavano alle famiglie, ai quieti piaceri, ai loro villaggi, nei quali avevano vissuto sino a quel punto, cullati da quel buon popolo che gli adorava e temeva, e lassù si sarebbe fatto in pezzi per essi. Volgendosi addietro, potevano vedere i loro campanili biancheggiare
lontani a poche miglia, e si lasciavano cogliere dalla nostalgia; la malavoglia cresceva; ma non v'era chi osasse primo abbandonare la spedizione, per non parere da meno del vicino o del rivale in amori o in averi. Pregavano, ognuno in suo cuore, che la ventura cui s'erano messi, un po' per forza un po' per genio, volgesse in qualche guisa al suo compimento; pur di cavarsela colle ossa e colla riputazione inoffese, quasi quasi avrebbero fatta la pace colla repubblica di Francia.
Mattia mostrava in quei giorni d'aver animo più alto del suo padrone; e se ne stava lassù colla testa su due guanciali, come il maggior pericolo fosse stato quello di vedere il mare levarsi a quell'altezza, e d'affogarvi dentro. Stato uomo da sbarragli tutta la giovinezza, stimava cose da beffe le brighe presenti; e il suo più gran da fare, era di reggere il cuore al pievano. Il quale per tenerselo amico, gli
dava a mangiare i polli arrostiti, che il Rettore di Montefreddo faceva portare dalla sua cura poco discosta; e il sagrestano ben pasciuto, sempre lieto, sempre ritto, pareva l'anima dello stormo di
D.... Lassù nessuna molestia per lui, nè di famiglia nè di mestiere; non campane da suonare, non ceri da accendere, non morti da seppellire: e se pure di questi un qualche giorno ve n'aveva a essere; tra l'averli nudi, avvolti in un lenzuolo, e vederseli ai piedi vestiti e non frugati, ci correva la moneta che avrebbe trovata nelle loro saccoccie. Eppoi lassù non aveva quella noia della moglie, e quell'altra di gente cui dovesse roba o danaro; mentre a D...., eh! a D.... erano litanie che non finivano mai.
Stava egli adunque in barba di miccio; ma la quinta notte, dacchè campeggiava lassù colle turbe, gli avvenne caso da fargli dire, che proprio gente contenta sulla terra non ve ne può durare. Sedeva col dorso appoggiato alla capanna che aveva formata pel pievano; e faceva la guardia, come l'altre notti, perchè questi
potesse dormire tranquillo. Tenendosi desto a fatica, guardava i suoi compatriotti addormentati là intorno; e colla mente che gli pareva avere avvolta di nebbia, pensava: «Eh! Mattia, chi direbbe, che dei parenti di costoro ne hai messi nelle buche le centinaia! Centinaia? Altro che centinaia! di certo non durerai da seppellirsene altrettanti...»--E provandosi a contare, rammentandoli, i morti che aveva sepolti in sua vita; non riesciva alle due dozzine che la testa cominciava a cascargli, or su l'una, ora sull'altra spalla, or sul
petto; e allora si scuoteva, tossicchiava, e badava alle stelle se indovinasse l'ora. Una di queste volte, alzando il capo, si vide là ritto dinanzi un uomo, che appoggiate le mani su d'un lungo e grosso bastone, sulle mani reggeva il mento, anzi si poteva dire la persona, a vedere come vi pesava sopra curvo ed intento. «Fatti in là che così desterai il pievano!--sclamò Mattia,
rabbioso--chi t'ha creanzato? «Mattia, a qual giuoco abbiamo fatto sino ad ora? «A qual giuoco? Ognuno secondo le carte, io per esempio faccio la guardia al signor pievano.... «Ed io la faccio a voi; perchè i desinari, le cene, le paia di
capponi, ed anco le doppie che aveste da me, stanotte ve le farò costar care, se non mi menerete a cavare il tesoro, che m'avete promesso mille volte....!
«Oh! siete voi Zirione?»--disse Mattia fingendo le meraviglie; e levatosi in piedi fece segno di voler tirare in disparte il villano, che don Apollinare non avesse a udire quei suoi imbrogli. Ma l'altro, piantato come era là innanzi, mosse al tirar di Mattia come a un soffio di vento, e soggiunse tentennando il capo: «Sì....! fate le viste di ravvisarmi adesso...! Io invece penso a voi da tre giorni; e non ho fatto che misurare cogli occhi le distanze dai
nostri monti a questi; mi sono messo in tutte le posture, e ho capito alla fine, che noi siamo appunto su quelle cime che voi mi additavate dicendo che erano la nostra Spagna, che vi era un tesoro, e che un
giorno o l'altro ci saremmo venuti.... Eccoci.... ci siamo, e il can per l'aia non lo meno più.... Poche parole! se il tesoro l'avete cavato voi, datemi la parte mia.... «Ah!--sclamò Mattia mostrandosi offeso:--se non mi stimate più per un galantuomo, allora....!
«Galantuomo? Ebbene se lo siete...., il tesoro l'andremo a cavare insieme e adesso.... «Ma non pensate, che bisogna avere un palo di ferro, una marra, un diavolo che ci porti voi e me? «L'ho qua io l'arnese....; ci aveva pensato....»
Mattia guardò il bastone su cui il villano si reggeva, e vide che era un badile. Si pentì allora della magra scusa trovata, e con aria di voler capacitare l'altro, diceva: «ma.... vedete, amico.... «Che amico!»--interruppe costui, facendo mazzo delle dita e picchiandosi sulla saccoccia del panciotto, dove aveva un gruzzolo di monete che suonavano assai chiaramente:--i miei amici sono questi! e voi li conoscete, perchè a furia di merende e di presti, mi costate
più d'un paio di bovi....!» Al suono di quelle monete, Mattia aveva veduto i milioni di scintille, come se gli avessero dato le ditate negli occhi; e da uomo esperto a trovar modo di scroccare il prossimo, nella mente le aveva già fatte sue. Nè sarebbe rimasto dal suo proposito, se lo stesso pievano fosse uscito dalla capanna, a pronosticargli che sarebbe morto nell'impresa. «Date retta,--disse al villano--quando si fanno le cose, ci si deve aver pensato prima e bene. A trovare il tesoro, gli è come a trovare
giù nella terra le sorgenti d'acqua... A questo son buoni i nati a sette mesi....; a trovare il tesoro ci vuole qualche altra virtù....; per esempio, la pietra del fulmine dà soventi nei campanili nevvero?..... ecco..... così oro fa oro..... e a scoprir il punto della terra dove si sa che dev'essere un tesoro nascosto, bisogna
avere oro in mano, perchè tra questo e quello corrono misteri che ora non vi posso dire...; basta! verremo un'altra volta.... porteremo con noi qualche collana, qualche anello, vostra moglie ne avrà...»
Il pover'uomo infinocchiato a questo discorso, pose la mano sulla mano di Mattia quasi per rattenerlo, e disse pieno di speranza: «E se fosse oro di moneta? «È sempre oro!--rispose grave Mattia. «Eccone qua!--soggiunse l'altro affrettandosi a picchiar di nuovo
sulla saccoccia. «E quanto avete?--chiese il sagrestano, cui cresceva in bocca la saliva e la lingua. «Dieci doppie!
«Possono bastare:»--degnò di dire lo scaltro--ci proveremo...: un momento e sono con voi....» E messa la testa nella capanna, udito che il pievano dormiva della migliore, tolse l'aspersorio, e il breviario, se li cacciò sotto il giubbone, poi data un'occhiata alla giumenta se fosse legata per bene, arzillo e gaio, disse al villano: «andiamo.» Si misero in cammino che era l'ora di mezzanotte, cauti, e cansando le
sentinelle che vegliavano ai varchi, all'usanza dei soldati. Mattia aveva gran pratica dei luoghi, essendovi passato assai volte da giovinotto, per servizio di quel tal marchese; il quale soleva spacciarlo ai suoi nobili amici della riviera e massime d'Albenga, con presenti di selvaggina o di primizie dei suoi poderi. Di che non durò
fatica a uscir dal campo inosservato, col suo compagno; e discesa la costa meridionale del Settepani, andando ruzzoloni parecchie volte, giunsero alle ruine d'una torre che guerniva una gola ai tempi degli Spagnuoli, e si chiamava la torre di Melogno.
«Segnatevi--disse basso Mattia--qui v'ha sempre qualche spirito...» Il villano si serrò a lui segnandosi tre volte; ed egli strizzando l'occhio, come a qualcuno che fosse d'accordo con lui nelle tenebre, disse tra sè: «l'uomo è nostro!» Di là a pochi passi furono alle falde di Montecalvo; la vetta del quale essendo deserta, Mattia l'aveva scelta per compiervi il
maleficio. Il monte a guardarlo da certi punti ha l'aspetto d'un cranio smisurato; e forse aveva questa immagine in capo, chi prima gli diede il nome. Squallido, ignudo, con due cavità che formano le occhiaie, sembra contemplare il golfo di Genova che gli stà dinanzi.
Nell'ora in cui Mattia e il suo compagno camminavano; essendo la notte senza luna, non appariva altrimenti che una mole oscura, la quale a chi avesse voluto salire in cima riusciva difficile e faticosa. Cominciarono a inerpicarsi per un sentiero ronchioso, angusto, a ogni
tratto ingombro di rovi; e si valevano quasi ad un modo dei piedi e delle mani. Mattia raccomandava all'amico di star zitto e di tenere il fiato: il poveraccio, quanto al parlare aveva tutt'altra voglia e obbediva; ma quanto al fiato gli si veniva facendo sì grosso, che più non sarebbe stato se avesse patito d'asma. Erano più che a mezza costa, quando udirono uno scoccar d'ore
dall'orologio della parrocchia di B...., piccolo villaggio che siede sul fianco delle montagne dalla parte di mezzogiorno. Quel suono improvviso fece dare un gran giro al sangue del contadino; il quale osò chiedere a Mattia, da qual campanile venisse. «Da B....--rispose questi--Come vi sentite? Riposiamo un tantino, date qua le monete, e non abbiate paura....»
Il villano porse il borsellino, senza dire parola, poi ripresero a salire: ed egli non udiva altro che la pedata di Mattia; il gran battere del proprio cuore; e dietro, in lontananza, il grido misurato
e lamentoso delle sentinelle paesane, che gli tornava dolce come di voci amiche. Mattia, tenendo in pugno il gruzzolo, coll'unghia del pollice contava le monete. Alfine toccarono la vetta del monte; dove bisognando risolvere in qualche maniera l'impresa, il sagrestano si fermò, e guardò l'amico per capire di che animo stesse.
«Eccoci sul posto!--bisbigliò--ancora pochi passi e saremo sopra il tesoro: ma vogliono essere fatti in punta di piedi..., animo, non abbiate paura, venite....»
Fatti que' pochi passi ch'ei volle, con gran rispetto come camminasse su l'ossa dei morti; si volse a un tratto al compagno, e con voce commossa, gli disse: «animo, animo! che tutto questo è nulla!» Poi lo prese per un braccio, lo fece girare tre volte sopra sè stesso, e colla mano tesa gli segnò intorno l'infinito tenebroso, soggiungendo cupo:
«Siamo in mezzo a tre vescovadi: Mondovì.... Albenga... e Savona.» Sagrestano da più che quarant'anni e seppellitore di morti, Mattia sapeva, occorrendogli, pigliare un'aria mistica o paurosa. Aveva udito cento volte, alla spiegazione del Vangelo, come un giorno il diavolo, condotto Gesù sulla cima d'un monte, gli avesse mostrati i regni della terra; ed egli vecchio profanatore di tombe ed altari, prese
l'atteggiamento di Satana, quale se l'era sempre immaginato. L'amico, che aveva lasciato cadere il badile, lo guardava senza muovere costa; e sentiva farsi alla fronte e giù per la schiena un senso, come stesse per pigliargli male. Mattia cavato di sotto i panni il breviario, che nell'oscurità pareva un mattone, glielo pose aperto tra le mani tremanti, e cominciò un brontolio di salmi, che guai a lui se l'avesse
udito don Apollinare, tanto era scellerata la sconciatura delle parole latine. Il villano, credendo che Mattia leggesse davvero nel libro che ei gli teneva aperto dinanzi a mala pena; non osò neanco chiedergli
come potesse vedere in quel buio: la sua fantasia s'accese via più; le orecchie gli fischiarono quasi ci avesse dentro due serpi; a tratti avrebbe giurato di vedere bagliori grandi, e di udire qualcosa che s'appressasse: e tremava a verga a verga. Mattia s'avvide come il tapino stesse per isvenire; e levato in alto
l'aspersorio, per dargli il tuffo, segnava a destra ed a manca croci e crocioni, mormorando certe parole da incantesimi; quando un grido come d'uomo irato, gli ruppe l'atto e la voce. Quel grido, un rumore d'armi e di passi frettolosi, gli parvero la cosa più terribile che avesse intesa in sua vita; e di subito, pensando d'essere cascato in mano ai Francesi, si buttò per disperato a fuggire, verso la parte per cui era
venuto alla ribalderia. Il compagno correva più di lui; ma erano inseguiti, e assai da vicino. «Ferma! ferma!» gridavano alle loro spalle, molte voci straniere; e alle voci s'aggiunse una schioppettata, e una palla fischiò tra i due malcapitati, che entrambi credettero d'averla nella nuca, nelle spalle, nelle reni ad un tempo. Mattia aperse le braccia, cadde sulle ginocchia, chiuse gli occhi, e sclamò: m'arrendo! signori Francesi, m'arrendo! Sono cristiano anch'io!»
Egli s'era sentito afferrare, come da mano poderosa, per la lunga coda, e udendo le pedate del compagno che fuggiva libero senza darsi pensiero di lui, lo maledisse. Poi alzò gli occhi adagio adagio..., e non vide nessuno: fece atto di levarsi in piedi, nessuno lo teneva...; s'accorse che la coda gli era rimasta intricata in un roveto, la districò; e raccogliendo nel petto tutta la forza e tutta la baldanza che potè: «M'arrendo un fico!--proruppe--neanco se fosse qui tutta la Francia,
no!» E via, di quella gamba che è facile a immaginarsi ripigliò la fuga. Ma una bocca di schioppo gli chiuse la via; un'altra se ne vide alle tempia; in un fiato si trovò affollato, agguantato nel petto, squassato da averne schiantati i visceri fosse stato un elefante; dieci voci gli suonarono intorno, e di quelle non capì altro che d'essere caduto in mano agli Alemanni, e che era preso per uno
ispione. «Io spione?--gridava arrangolato--io spione? Io sono il sagrestano di D.... e ho servito a mensa le loro signorie in casa al mio padrone. Signori generali, badino per carità, io sono un amico..., sono qui per loro servizio.» Aveva un bel dire, ma quei feroci non capivano; e per farla finita col suo molesto vociare, uno d'essi che pareva il capo, dandogli una gran
palmata sulla bocca lo fece star zitto. Egli tacque; e per non buscar la seconda, si lasciò trarre verso la banda opposta a quella, che aveva pigliato fuggendo. Erano davvero Alemanni, andati in pattuglia fuori del campo, che (indietreggiando sempre coll'esercito Sardo) avevano posto, sul far di quella notte, vicino al Finale. Costoro smarrita la via per le alture, non sapevano neanch'essi in che modo erano capitati lassù, a cogliere Mattia nel meglio dell'opera sua. Camminando un po' a spintoni, un po'
trascinato, il pover'uomo apprese come il meglio a farsi, fosse porre il cuore in pace; e pensò che alla fin fine l'avrebbero condotto a qualcuno dei capitani, dal quale si sarebbe fatto riconoscere per quel che era. Allora, alla peggio, stato un par di giorni fra gli Alemanni,
potrebbe tornarsi libero a rivedere i suoi compaesani; e già pensava le spacconate e i modi di ricattarsi dei disagi sofferti, colle doppie del compare scampato. Qui tremando non venisse in mente ai soldati di frugarlo, si faceva docile, bonino, pronto in tutto ai loro voleri. Ma
poichè, fu nel campo Alemanno, il guardare oltraggioso dei soldati che erano ai posti staccati, fece vacillare le sue speranze. Sebbene non facesse peranco l'alba, fu tratto al cospetto d'un generale, raccolto a consiglio coi capi, in una capanna da boscaiuolo. E questo generale
era lo stesso che aveva svernato a C..., e desinato a D..., in casa al pievano. Mattia ravvisò lui e parecchi degli ufficiali che stavano là dentro; ma o la sua cera non piacesse al generale, o questi trovasse buono scaricare sopra un poveraccio le molte ire, che gli si andavano raccogliendo nell'animo, pei rovesci patiti nell'infelice difesa della riviera; lo strapazzò nelle guise più aspre; e volle che lo si giudicasse lì per lì, coi modi di guerra.
Povero Mattia! A vederlo pregare, piangere, proclamarsi più Alemanno degli Alemanni, chiamando in testimonio i Santi e Dio; qualcuno degli astanti si sarà sentito annodarsi il cuore; ma niuno osò parlare, par
salvarlo. E buon per lui che d'improvviso s'udirono cavalieri per l'erta a spron battuto, venir annunziando, che laggiù oltre il Finale, i Francesi giungevano grossi all'assalto; e che le ordinanze Sarde, impotenti a reggere, già balenavano. Egli benedisse i repubblicani, pose in essi le sue combattute speranze, e quasi non credette a quella novella. Ma era la verità: e l'alba che soleva vedere quel mare, coperto di
burchielli, governati da pescatori mattinieri; quella spiaggia viva per frotte di donne intente a tirare le reti; quei colli popolati di gente affaccendata all'opere degli olivi; per tutto pace, canti e lavoro, a dar gloria a Dio padre! l'alba spuntava sopra quel lembo di terra, aspettata dagli uomini pronti a sgozzarsi.
Infatti giù giù, verso il mare, era cominciato il trarre delle artiglierie, cui rispondeva in guisa formidabile l'eco delle montagne, come si fossero accozzati là sopra tutti i tuoni del cielo. Il suono dei tamburi pareva un brontolio monotono; le trombe squillavano con certa rabbia guerriera; i Piemontesi davano dentro nella mischia per disperati. Gli Alemanni si schieravano, si serravano, guardavano i
viluppi di fumo che parevano segnare l'avanzarsi dei Francesi; in breve ora furono anch'essi tirati nella battaglia; e tutto divenne offese, strage, a ferro, a fuoco, a pietrate, di che quelle rupi andarono sanguinose. Mattia, sbalestrato di qua e di là, di su di giù, ora in mano degli
Alemanni, ora dei Piemontesi; sempre chiedendo giustizia e sempre beffato e percosso: tentato a più riprese, e invano, di sgattaiolare; pesto, lacero, senza voce pel lungo sclamare, finì per cadere in man dei Francesi, con altri prigionieri parecchi. Pensando alle tante lame che s'era visto balenare sul capo; alle tante palle uditesi fischiare
rasente gli orecchi; e vedendo che la battaglia durava accanita; tenne per un beneficio del cielo l'essere prigioniero dei repubblicani: ai quali, per dire il vero, avrebbe un'ora prima avvelenato il cibo, l'acqua, e sino l'aria se avesse potuto. Menato lontano parecchie miglia, al primo campanile che gli venne veduto torreggiare sopra una
terricciuola della spiaggia, ricolse il fiato; diede un'occhiata alle campane e pianse, ma una lagrima sola; perchè i Francesi vincevano, e parevano risoluti quel giorno, a farla finita coi Sardi, cogli
Alemanni, col diavolo se loro si fosse parato innanzi; e da prigioniero, sentiva di pericolare meno assai, che da libero colle turbe, pronte a far testa sul Settepani.
Sul qual monte, sebbene confuso, lo strepito delle artiglierie era giunto sino dal rompere dell'alba; e aveva riscossa la gente degli stormi, che rimase in ascolto stupefatta, come di cosa mai più sentita. Io mi figuro quelle turbe quali fossero, rammentando l'atto di tale che vidi curvo al cratere del Vesuvio, porgere l'orecchio ai
boati, che s'odono prorompere da quelle profondità tenebrose. Come furono certe che, essendo il mare tranquillo, quel mugghiamento non poteva essere che cannonate, s'accesero gli animi; e chi aveva schioppo si diede a rivedere la pietra, a rinfrescare la polvere nello scodellino, a contare le palle che teneva in serbo; e gli armati di falci, ch'erano i più, cominciarono a menare le coti, facendo uno stridore, che aveva qualcosa di barbarico insieme e di grande.
«Dove sono? gridavano--dove sono gli scomunicati? Vengano, vengano! A noi toccherà finirli! «Ed io--giurava uno altamente--se non avrò falciate le gambe a mezza dozzina di quei basilischi, non tornerò più a casa...! «Animo!--dicevano da tutte le parti molti che forse da giovani erano stati soldati;--mettiamoci in ordine; vogliamo darci dentro come a
falciare il fieno! Sangue ha da essere! sangue da vedersi scorrere a rigagni! «Ohè! e i signori...? Signori capi, che cosa fanno...? Si va innanzi? Si va innanzi? Si sta? Che staremo qui a grattarsi le ginocchia sino al dì del giudizio...? All'armi, da bravi!»
Quelle povere genti, avvezzate da quattro anni a pensare dei Francesi come di tanti malfattori; aizzate dal pulpito e dal confessionale, avevano salutato l'avvenimento che s'appressava, come il giorno d'un gran voto da sciogliere. Il vecchio sangue ligure, sebbene assottigliato di molto traverso i secoli del feudalismo, tornava a ribollire nelle loro vene; e le braccia poderose e i petti irsuti, erano pronti a dare e a ricevere la morte con animo grande. Ma, vergogna a dirsi! i preti i primi, poi i vecchi gentiluomini, da
ultimo i più giovani, cominciarono a parlar basso, tra loro, a buccinare freddure, a dar sulla voce ai più volenterosi fra i popolani: e quando sulle vette di Montecalvo, e nella gola di Melogno, apparvero i primi fuggiaschi Alemanni, i quali s'affannavano nella
fuga, confusamente; allora quei preti, quei gentiluomini, si chiarirono donnicciolucce da rocca e da presepio. «O che i soldati fuggono a quel modo?--sclamava uno che in C..., aveva carica di seniore.
«E se fuggono i soldati, dovremmo tener testa noi, senz'armi ed inesperti?--Cosi un altro che in D..., era tenuto in gran conto; e un terzo a fargli eco: «Soldati rape, che sanno guerreggiare com'io fare orologi...! «Ci faremo ammazzar noi, perchè i loro generali non sanno altro che mostrare i tacchi ai Francesi?
«I Francesi! I Francesi! Eccoli! Eccoli!....» E qui uno, due, quattro, a pigliarsi la via tra le gambe, chi a cavallo, chi a piè, senza dare nè udire consigli: e tra i primi Don Apollinare, il quale, chiesto di Mattia a mezzo mondo, chiamatolo invano cento volte con quanta voce aveva in gola; aiutato da qualcuno della sua pieve montò sulla giumenta; e gridando: «vado a far gente, vado a far gente!» diè giù a rompicollo, pel primo sentiero che gli si
offerse alla fuga. Dato il mal esempio, le turbe stettero poco a diradarsi. Rimasero i migliori per animo e per forza; ma anco tra questi, alcuni presero a dire verità, chiare come il sole che avevano in faccia. «Gli avete veduti i nostri padroni? Se ne vanno; e noi che utile abbiamo a star qui?
«A farsi scannare! Forse che non troveremo più posto nelle sepolture dei nostri vecchi? «Respingere i Francesi!--sclamava un villano, forte a vederlo come un leone:--bella parola! Ma, che i Francesi vengono per far male a noi
soli? «Sì...! quell'ultimo pochino di male, che non ebbero tempo a farci gli amiconi Alemanni! «E le donne?--diceva un giovinotto, che aveva viso di essere ammogliato di fresco:--i Francesi le oltraggieranno! «O allora--rispondeva un vicino--perchè non si diede addosso agli Alemanni, che non le hanno rispettate?
«Incendieranno le chiese! uccideranno i preti....! «Bravi i preti! Gli avete visti? Hanno spulezzato i primi...! «To, to! guarda da quella parte là di Montecalvo! E laggiù a quella forra! Sono essi... i Francesi..., gli Alemanni... i Piemontesi..., tutti! È finita, è finita... scampi chi può... scampi chi può!...» Fu l'ultimo grido! Quel popolo, così pronto, sofferente ai disagi ed audace, abbandonato dai suoi capi, non accostumato ad amare la patria,
pensando che la libertà di mangiare pan nero, di bere al pozzo, di coricarsi sulla paglia, e d'assaettarsi dì e notte a lavorare, Francesi, Piemontesi, o Alemanni che fossero i dominatori l'avrebbe sempre avuta; era diventato come un'onda vituperevole di codardi.
Ruppero in fuga disordinata, recandosi tra loro ferite, che peggio non potevano toccarne dai nemici; non uno ne rimase neanco a vedere se i Francesi fossero davvero mescolati cogli Alemanni vinti; e quelle vie
fatte nell'andata gridando il finimondo, le affollarono nel ritorno, portando le novelle più orribili che le loro fantasie potessero creare. Il pievano di D..., cavalcando come se avesse inforcato un prunaio, galoppò, galoppò, galoppò senza dar tregua alla giumenta meschina; tanto era il battisoffio e l'agonia di giungere al suo presbiterio. Traversò i villaggi della vallata, non badando a che si parasse
innanzi; e le selci delle vie gettavano faville al suo passaggio, le donne imprecazioni per i bimbi che rischiavano d'andare schiacciati. Imprecazioni, inconscie d'essere scagliate a tant'uomo; perchè tale
era la foga di lui, tali gli strappi de' suoi panni; tanto aveva arruffata la testa per essergli caduto (e non se n'era accorto) il cappello, che niuno poteva discernere s'ei fosse un prete.
Non s'aspettava di rivederlo così sciamannato donna Placidia, alla quale i quattro o cinque giorni passati dalla partenza di lui, s'erano fatti anni, sebbene a vederla paresse tranquilla. E della sua solitudine, s'avevano preso pensiero la meglio parte delle donne del borgo, e la signora Maddalena anch'essa, afflitta come era di suo, aveva deciso quel giorno d'andarla a trovare. Dopo il desinare, non pensando manco per ombra al ritorno del pievano, messasi in capo la
cuffia, e indosso una guarnacca cenerognola, s'era avviata passo passo, con molta contentezza di Marta, seccata d'udirsi chiedere da tutti, se la padrona, non uscendo quasi più di casa, fosse ammalata. «Gesù--diceva tra sè la signora, soffermandosi per l'erta del castello, ogni tantino, a ricogliere il fiato,--Gesù come mi batte il cuore, e come gli occhi mi si fanno torbidi!»
Quetato l'affanno, ripigliava la via. E così stentando giunta in castello, s'accostò per riposare al muricciolo, che coronava la volta del colle e guardò l'orizzonte.
La vista dell'alpi le parve bella come non l'aveva vista mai. Oh! quel Monviso, che sembra il faro del Piemonte, e pare sempre vicinissimo da qualunque parte lo si scopra; quel Monviso come torreggiava sublime nella luce del sole, che andava sotto! Come appariva più cupo il
solco, che ha nel fianco, e da lungi somiglia a una crepa, ed è invece una fondura ampia, selvosa e sonante di molte acque! La donna mesta, pensava a suo figlio, che forse guardava in quell'istesso momento e più da vicino il gran monte; e mandò a questo uno sguardo d'amore: poi come si sentì le lagrime negli occhi, se n'andò diffilata nel
presbiterio. «O signora Maddalena!»--sclamò donna Placidia venendole incontro, a passi leggeri come d'un lepre, e tendendole le braccia che apparivano in tutta la loro esilità, nelle maniche della veste strettissime secondo l'usanza d'allora:--ha fatto pur bene a venire quassù un poco,
sono così sola che dalla gran noia mi butterei ai pesci....» E così dicendo, e ascoltando le scuse della signora, la condusse nel salotto; dove s'era seduta pochissime volte con tanta libertà, e da padrona come quel giorno. «Ho pensato--diceva la signora mettendosi a sedere di faccia a donna Placidia:--ho pensato anch'io, che ella si doveva annoiare, e dissi tra me: lasciami andare a vedere come sta.... intanto potrò avere notizie dei nostri paesani, che chi sa in quali acque si troveranno...
«Non ne so nulla io,--rispondeva l'altra:--ma pensiamo un po'; sono alla guerra e basta! Oh! chi l'avrebbe detto che anche al signor pievano sarebbe toccato pigliare uno schioppo.... Per me quasi pensavo sin qui che le fossero cose da celia.... e invece....! E sapesse quanti ammalati, hanno fatto chiamare mio fratello, di questi giorni! Pare proprio che si sian data l'ora.... e già ne son morti due lassù nei boschi, senza prete; e ad uno che era più vicino, sono andata a raccomandare l'anima io stessa.... l'ho benedetto coll'acqua santa.... gli ho messa la stola sul letto.... mi sono ingegnata....!»
Proprio in questo punto, arrivava don Apollinare grondante sudore, e colla giumenta ridotta che se avesse avuto a fare un altro quarto di miglio gli sarebbe cascata sotto. Smontò a fatica, tanto aveva
indolenzite le gambe; e lasciata la bestia che andò da sè nella stalla, si mise dentro la porta di quel presbiterio, che non gli era paruto mai così bello, così agiato, così casa sua.
Donna Placidia, fattasi incontro a lui sulla soglia del salotto, rimase a mirarlo trasecolata, come se egli tornasse dall'altro mondo; e la signora Maddalena, vedendolo così trafelato, in quell'arnese gramo; sclamò spaurita: «che abbiamo? «Guai! guai! guai!--gridò egli lasciandosi cadere sul suo seggiolone;--guai più grossi di quelli del libro delle sette trombe!
Ma io non so nulla...! Io non sono uomo di sangue.... io sono venuto via...; perchè..., perchè.... da sacerdote non era al mio posto.... «Dunque i nostri saranno mezzi morti!» chiesero le due donne ad un tempo. «Morti?--rispose il pievano--altro che morti! Scriva, scriva al suo Giuliano, gli scriva che venga a benedire la rivoluzione di Francia!
Sciocchi! sciocchi! sciocchi!...... Basta! sia che Dio vuole, io non me ne immischio; Placidia, io me ne vado a letto, che non mi reggo più...!» A quella tirata di Don Apollinare, la signora Maddalena, rimase coll'anima come rannicchiata e timorosa. E stava per chiedere licenza d'andarsene; quando s'udì fuori sul piazzale un gridar forte di donne, e un piagnisteo di fanciulli, che parevano in grande desolazione.
«Che son già qui i Francesi?» sclamò don Apollinare balzando in piedi; e Placidia: «No..., sono donne che vengono a chiedere dei loro uomini.... «Non so nulla.... non so nulla io!.... aspettino e vedranno... vado a
dormire..., non so nulla..., sono ammalato!...» E senza dire nè ai nè bai, alla signora Maddalena; s'andò a chiudere in camera, si mise a letto, si coperse di quante coltri e panni potè trovare; e colla testa tra due guanciali, stette come fosse mezzo dicembre, non addandosi del calore, della fame, della sete, di nulla. La signora Maddalena prese commiato da donna Placidia, e lasciolla a far spallucce colle mani e cogli occhi alzati al soffitto, come a
dire: «rimettiamoci nel Signore». Fuori del presbiterio fu affollata dalle donne piangenti, alle quali diede speranze e parole cortesi; e tornò a casa sua pensando sempre a Giuliano; il quale, se un certo guizzo visto negli occhi di don Apollinare, non mentiva, o prima o poi avrebbe avuto a fare col prete implacabile. Di che fu persuasa ognora più, che le bisognava stare tutt'occhi, perchè costui non l'avesse a cogliere in qualche maniera.
Quella notte poi, e l'indomani, e il giorno appresso, giunsero alla sfilata quei della pieve, tornati dall'impresa infelice. Ne spuntavano da tutte le parti; e chi avendo gettate le armi, chi camminando carico di falci, di forcoli o d'altri arnesi in capo a quei due giorni, tutti
erano rivenuti, salvo che Mattia. Del quale non si riseppe nulla: perchè il villano che l'aveva visto cadere in mano degli Alemanni, o paura o vergogna tacque di quella ventura. Pochi si dolsero per lui, perchè ognuno aveva a rallegrarsi di sè stesso; nè lo pianse la moglie. Costei, l'aspettò una settimana giusta; e quando le parve d'avere aspettato invano, sedendo al telaio e pigiando le calcole, cantò una sua frottola con questo ritornello strano:
E se non torna il cuculo in aprile, È morto è morto, il povero animale. Non v'era rima; ma essa pigliava diletto a cantare, perchè le pareva di dire al mondo, che nulla le spiaceva d'essere al buio sulle sorti di suo marito: dal quale aveva sempre buscato più ceffate che carezze.
A poco a poco il terrore della calata dei Francesi si quetò; e si rimase nella vallata con questa notizia, che gli Alemanni s'erano tenuti in forza sui monti di San Giacomo, del Settapani e degli altri, i quali a foggia di cortina stanno tra le valli della Bormida e il mare. A quel che si diceva, i Francesi sebbene vincitori, non osavano avventurarsi di qua dell'Apennino: i popoli respirarono; ognuno attese a mettere in salvo le cose di pregio; non si vedeva l'ora d'aver
tirato in casa i ricolti; i preti tornavano a predicare la crociata contro gli invasori ma non erano creduti; e intanto si avanzavano i grandi giorni d'estate.
CAPITOLO IX. Sul pensiero che Don Apollinare non aveva peranco smesso il rancore rimastogli contro Giuliano; nacque nella mente della signora Maddalena quest'altro, che Don Marco, non essendosi più fatto vivo, avesse dimenticato lei, il suo figliuolo e il caso doloroso d'un amore, in
cui la sventura pareva aver posta la mano. Fosse stata a vedere come il povero prete s'annuvolava ogni volta che pensava a queste cose; e all'animo suo delicato sarebbe parso d'offenderlo, e di aggiungere un
dolore ai tanti che gli contristavano la vita. Egli s'era messo in via almeno dieci volte, per andare alla villa del signor Fedele, e vedervi da sè quello di cui non avrebbe osato chiedere a chicchessia: ma non era mai giunto sino a quella, non potendo vincere una ripugnanza confusa, che gli nasceva appena arrivato a scoprire la palazzina. Si
soffermava a guardarla, ondeggiava un tantino tra il tirare innanzi e lo starsi; poi dava di volta e tornava a casa accorato. E in verità, se il signor Fedele gli avesse chiesto in nome di chi veniva a
mescolarsi nelle cose sue; quale risposta, avrebbe potuto fargli, sebbene fossero amici dell'infanzia? Forse che istruito di certe istorie, andava a lui per consigliarlo? Ma questi consigli chi glieli
aveva chiesti? O non v'andando da amico, doveva dire che da prete, gli recava la parola del Signore? Don Marco non aveva osato mai chiamarsi ministro di Dio, di cui sapeva tenersi da nominare invano insino al nome. E così, aggiungendosi che forse la sua visita avrebbe nuociuto a
Bianca; finiva sempre lasciando al tempo che facesse lui. Quell'Alemanno, coll'essere lontano, si sarebbe fors'anco scordato della fanciulla; e a conti fatti le gite intraprese verso la palazzina, s'erano tutte mutate in passeggiate meste e solitarie.
Tornava appunto da una di queste, quando intese che le genti di val di Bormida rivenivano scompigliate dalla spedizione; e per non vedere lo spettacolo che doveva essere nelle vie del borgo, si ridusse a casa per il senteruolo a piè delle mura, fatto altra volta in compagnia della signora Maddalena. Si chiuse con diligenza, e udendo i briachi cantare in brigata scempiatamente, accostò gli scurini; poi essendo l'ora dell'imbrunire, si mise a letto e s'addormentò, con un cuore che
gli diceva cose poco liete di sè, ma anche meno del mondo. Sognò sin verso il mattino mille mestizie; ma quando fu vicina l'ora in cui soleva destarsi, vedeva i cieli nuovi e la terra nuova, promessi nell'Apocalisse. Al rompere dell'alba gli si ruppe il sonno, e aperti gli occhi sorrise e disse: alle volte si sognano cose sì belle, che peccato non dormire per sempre.
Si vestì alla lesta, e fattosi sul terrazzino, stette ad ascoltare se s'udissero ancora i rumori della sera innanzi. Suonava nei boschi un ultimo corno, se pur non era il muggito di qualche giovenca, discesa